Il porto turistico di Imperia costruito “a occhio” da Caltagirone simbolo di un’Italia che si piega davanti al potere /L’editoriale

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Non ci fu nessuna truffa. Si è chiuso così, dopo anni di veleni e polemiche, il processo sulla costruzione del porto turistico di Imperia.

Non ci fu nessuna truffa. Si è chiuso così, dopo anni di veleni e polemiche, il processo sulla costruzione del porto turistico di Imperia. Un epilogo che in Appello, dopo la sentenza di primo grado, era piuttosto scontato. Caltagirone, dopo la lettura del dispositivo, ha lasciato l’aula con il pugno alzato, in segno di vittoria. Ma c’è davvero qualche vincitore in tutta questa vicenda, iniziata nel marzo del 2012 con gli arresti dell’imprenditore romano e di Carlo Conti?

La risposta è no. Hanno perso tutti, la giustizia, gli organi inquirenti, la politica. Ma soprattutto ha perso Imperia, sprofondata in un baratro senza fine, con un porto turistico travagliato ancora oggi da inchieste giudiziarie, copia sbiadita di quello che avrebbe dovuto essere “il più bello del Mediterraneo”.

C’è chi accusa i giornalisti, colpevoli di aver scritto fiumi di parole sulla querelle porto turistico, amplificandone i risvolti negativi. Una critica che non ci sentiamo di condannare, in quanto, in effetti, degli errori sono stati commessi, sulla scia di un trasporto emotivo che non sempre ha permesso di valutare con obiettività gli eventi.

Fatte le dovute premesse, però, non si può non constatare come non sempre la giustizia rappresenti fedelmente la realtà, soprattutto se chiamata a giudicare un quadro accusatorio che, a distanza di anni, lette le carte e analizzati i fatti con maggiore serenità, non esitiamo a definire quantomeno improbabile.

Un quadro accusatorio frutto di un’inchiesta partita con colpevole ritardo, quando ormai i giochi erano fatti e i lavori di costruzione del porto erano già iniziati da tempo. Un’inchiesta, va detto, doverosa, che però probabilmente ha coinvolto soggetti estranei alla vicenda, lasciandone fuori inspiegabilmente altri.

Nella fretta di recuperare il tempo perduto e di coinvolgere a tutti i costi l’ex Ministro Claudio Scajola sono stati commessi molti errori, perdendo di vista quelli che erano effettivamente i lati oscuri dell’opera porto turistico. L’inchiesta è stata affidata a un Magistrato giovane (la dott.ssa Di Lazzaro) e ancora inesperto e le indagini alla Polizia Postale, senza però dotarla delle risorse umane e degli strumenti necessari per potersi districare in una realtà, quella dei grandi appalti, complessa e intrisa di poteri forti.

Ne è uscita un’inchiesta con un capo di imputazione smontato a dir la verità senza neanche troppa difficoltà dagli avvocati, ma anche dallo stesso Caltagirone. La permuta squilibrata e i costi gonfiati, cardini del castello accusatorio, non stavano in piedi, perché atti di natura privata tra soggetti privati (Porto di Imperia Spa e Acquamare).  Un’inchiesta cui ha fatto seguito un clima da caccia alla streghe che ha partorito decine di indagini poi sfociate in una bolla di sapone.

La realtà dei fatti, però, appare ben diversa da una piena assoluzione degli eventi. L’intera vicenda portuale si può riassumere in poche parole, tratte dalla deposizione dell’ing. Maria Rosaria Campitelli, dirigente tecnico della società Acquamare, incaricata da Caltagirone di sovrintendere alle tempistiche per l’esecuzione dei lavori, in collaborazione con i direttori dei lavori e i responsabili della sicurezza.

‘Gli stati di avanzamento lavori con i dettagli delle lavorazioni non c’erano, perché non si facevano. Il dettaglio dei materiali in termini di qualità si vedeva momento per momento. Per le opere a mare Castellini, per le opere a terra Morasso. Caltagirone valutava fino a che punto si era arrivati con i lavori e poi pagava. Io ho avuto difficoltà nel dover parametrizzare le fatture sottoscritte da Acquamare e Porto di Imperia Spa. Non c’era nulla. Ne stati di avanzamento lavori, ne qualcosa di simile. Non c’era una contabilità. Era un rapporto one to one con Caltagirone. Lui chiedeva e noi facevamo. Caltagirone teneva le percentuali a occhio; diceva, qui si è fatto il 20%, paghiamo questo. Lavorava solo a opere private. Non si sono mai visti ne stati di avanzamento lavori ne documenti equipollenti. Le fatture dei materiali erano a carico delle ditte subappaltatrici. In cantiere non erano presenti, neanche Peschiera le aveva, così come stati di avanzamento lavori e contabilità. La contabilità se la teneva l’ingegnere’.

Ora, letta questa deposizione, confermata in tutto e per tutto dalle motivazioni della sentenza, resta una sola domanda. Al di là dei risvolti di natura penale, tutto questo è normale? E’ questo il modo in cui un Comune si prende cura di un’opera costruita su un’area di proprietà dello Stato, data in concessione a un soggetto terzo? A cosa serve una Commissione di Vigilanza e Collaudo se poi un privato è libero di fare ciò che vuole su un’area di proprietà dello Stato? Il Comune non dovrebbe essere garanzia di trasparenza?

Il Comune ha rilasciato una concessione di 55 anni, per la realizzazione del porto turistico, alla Porto di Imperia Spa, società di diritto privato (e non pubblica), composta da tre soci, tutti al 33% Comune di Imperia, Acquamare e Imperia Sviluppo. Mettendo da parte tutti i movimenti societari che hanno permesso all’Acquamare di Caltagirone di subentrare nel sodalizio al 33%, si tenga solo a mente che la Porto di Imperia Spa non ha costruito direttamente lo scalo, ma ha affidato i lavori per la costruzione del più grande porto del Mediterraneo, senza alcuna gara d’appalto, a un’altra società, segnatamente l’Acquamare, con un capitale sociale di appena 10 mila euro. Un’opera da centinaia di milioni di euro affidata a una società con un capitale sociale di 10 mila euro? E con quali garanzie? Il solo fatto di essere un imprenditore di successo?

Caltagirone, successivamente, ha gestito l’opera porto come un’opera di sua proprietà (ribadendolo più volte in Tribunale), con una lunga catena di subappalti, senza tenera alcuna contabilità, costruendo grazie ai finanziamenti della banche (140 milioni di euro). Non soldi suoi, dunque, ma delle banche. A garanzia del mutuo concesso all’Acquamare, Caltagirone ha chiesto alla Porto di Imperia Spa (non all’Acquamare o all’Acquamarcia, società di sua proprietà) di sottoscrivere un’ipoteca sulle opere dello Stato. Non sue, dunque, ma dello Stato (in concessione per 55 anni). E il rischio di impresa per l’imprenditore romano? Non appare, a  queste condizioni, un’operazione a solo vantaggio del privato?

In tutto questo, il Comune di Imperia dov’era? E gli amministratori, i dirigenti? Basta dire che erano d’accordo, come recita la sentenza di Torino, per chiudere ogni discorso sulla vicenda? Nessuna responsabilità politico-amministrativa? E gli imprenditori privati soci della Porto di Imperia Spa? Eppure Imperia in quegli anni aveva in casa anche un Ministro della Repubblica, Claudio Scajola, possibile che neanche lui si sia accorto che non c’era alcuna trasparenza nella costruzione del porto? Possibile che nessuno ancora oggi sappia dove siano finiti i soldi del mutuo erogato dalle banche e gli introiti delle vendite dei posti barca? Tutto questo è normale?

Nessun imprenditore contattato prima dell’arrivo di Caltagirone (è agli atti del processo che il Comune di Imperia tentò di contattare altri grossi gruppi imprenditoriali) accettò di costruire il porto di Imperia. Forse perché non era un’operazione così vantaggiosa? E non sarà forse che Caltagirone ha accettato, ma solo alle sue condizioni? Niente gara d’appalto, finanziamento delle banche, niente contabilità, niente stati di avanzamento lavori, subappalti, ipoteca. Com’è possibile che un privato abbia potuto muoversi liberamente nell’ambito della costruzione di un’opera pubblica senza opposizione alcuna? 

Non sarà forse che il porto turistico di Imperia oggi è una cattedrale nel deserto perché il Comune si è posto in una condizione di totale dipendenza? Non dovrebbe essere il privato, quando si muove nell’ambito del pubblico, a sottostare alle regole dello Stato e non viceversa? 

La giustizia non ha mai preso posizione, né tanto meno approvato in alcun modo le modalità di costruzione del porto turistico di Imperia, ma semplicemente ha sentenziato che la truffa, così come ipotizzata dalla Procura di Imperia, non c’è. Non si commetta l’errore di dimenticare il passato, di pensare che sia stata la giustizia a fermare il porto più bello del Mediterraneo. Perché così non è.  Era doveroso che la Magistratura indagasse su un’opera pensata, progettata e realizzata nella più totale mancanza di pubblica trasparenza. A fermarlo è stata una classe dirigente che ha piegato la testa davanti a un privato che ha pensato e operato come se Imperia fosse il giardino di casa sua, con buona pace dello Stato e degli imperiesi. Un’occasione persa. Peccato.

Mattia Mangraviti – Gabriele Piccardo

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