Cultura e manifestazioni, Home — 11 agosto 2017 alle 19:29

“RACCONTI DAL FRONTE-PUNTI DI VISTA SUI MIGRANTI A VENTIMIGLIA”. ACQUA PUBBLICA MA NON PER TUTTI /SECONDA PUNTATA

Nelle campagne, anche qui in Liguria, se si vuole scoraggiare un cinghiale dal tornare a far danni nei campi, gli si toglie ogni possibile accesso all’acqua. Lo si fa con gli animali, appunto, non con le persone.

di Redazione

rubrica

Pubblichiamo la seconda puntata di “Racconti dal fronte-Punti di vista sui migranti a Ventimiglia“,  la rubrica dedicata alla delicata situazione di Ventimiglia. Un occhio critico, ogni settimana, racconterà l’atmosfera che si respira al confine con la Francia, dove tanti migranti si sono fermati nel loro viaggio alla ricerca di una vita migliore.

Ismaele Amoretti- dal confine di Ventimiglia.  Agosto 2017, trenta gradi all’ombra. 

“Che l’acqua – quella da bere- sia vita, è una grande verità senz’altro scontata ma condivisa, tanto che il referendum sull’acqua pubblica del 2011 è fra i pochi, in questi anni di disamore per la partecipazione attiva, ad aver raggiunto il quorum.

Lo sanno bene gli agricoltori, quando la siccità impedisce di irrigare come si deve i campi, lo sanno coloro che provengono da zone in cui di acqua ce n’è poca o nulla; ma lo capiamo perfettamente tutti, senza il minimo sforzo.

Eppure, pare che in questa terra di confine, a dimenticarlo – o ignorarlo volutamente- siano coloro che dovrebbero vigilare, invece, su un’equa distribuzione di un così grande bene: le istituzioni.

I migranti che a Ventimiglia vivono lungo il fiume, sono costretti a berne anche l’acqua. A lavare il proprio corpo e i vestiti alla foce dl Roia. E non perché non sia possibile raggiungerli con acqua potabile – sono tantissime le tubature visibili che costituiscono la rete idrica dei quartieri limitrofi-, ma perché impedendo l’accesso ad una risorsa così importante si spera di convincere le persone lì accampate a rivolgersi al campo allestito e gestito dalla Croce Rossa ( senza alcun risultato).

Qualche tempo fa, alcuni attivisti sono riusciti ad allacciare ad una tubatura un rubinetto con il quale hanno permesso ai più di bere acqua fresca, pulita, di sciacquare abiti ed eventuali ferite, di cucinare o di bagnarsi la testa nel caldo estivo. Poco dopo, però, chi di dovere se n’è accorto, ha piombato il rubinetto e fatto in modo che non fosse più così facile ottenere un allaccio abusivo.

La distribuzione di acqua potabile, ora, è affidata all’iniziativa di singoli cittadini o associazioni, che però non riescono a far fronte adeguatamente ad un bisogno tanto impellente quanto vitale.

Del resto, quello della gestione di un bene primario non è inghippo di cui dovrebbero farsi carico privati o volontari. Ed usare il bene in questione come arma per spingere chicchessia ad agire in qualsivoglia maniera è deprecabile, moralmente abietto, inumano.

Nelle campagne, anche qui in Liguria, se si vuole scoraggiare un cinghiale dal tornare a far danni nei campi, gli si toglie ogni possibile accesso all’acqua.

Lo si fa con gli animali, appunto, non con le persone.

Inoltre, igiene e possibilità di lavare i vestiti sono condizioni necessarie per scongiurare infezioni o epidemie – non perché i migranti siano sporchi o portino malattie, ma perché chiunque, nelle stesse condizioni, metterebbe a dura prova il proprio sistema immunitario e quello della comunità in cui vive.

Invece, data la presa di posizione dell’amministrazione comunale (e di tutti coloro che non si oppongono apertamente a tale decisione), l’eventualità di un’emergenza sanitaria sembra caldeggiata, invece che osteggiata.

Si fa un gran parlare, da ogni parte, di necessità di “risolvere il problema immigrazione” e in molti sembrano reclamare maggiore umanità.

Bene, io comincerei da qui: un tubo e un rubinetto.

Purtroppo personalmente mi mancano le competenze di idraulica, ma qualcuno, ne sono certo, lo si troverà …”

 
 
 
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