Cultura e manifestazioni, Home — 18 maggio 2018 alle 09:17

MARCO CAPPATO A IMPERIA PER IL SUO LIBRO “CREDERE, disOBBEDIRE, COMBATTERE”. “AIUTARE DJ FABO PER ME ERA UN DOVERE”/L’INTERVISTA

Le battaglie di Marco Cappato mirano a difendere la volontà e le scelte di ogni persona, anche a costo di “disobbedire” alle regole, non per il gusto di farlo, ma nella speranza di cambiarle e renderle giuste.

di Gaia Ammirati

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Libertà, autodeterminazione, diritti. Le battaglie di Marco Cappato, giornalista, tesoriere dell’associazione Luca Coscioni e promotore del Congresso mondiale per la Libertà di Ricerca Scientifica e della campagna Eutanasia legale, mirano a difendere la volontà di scelta di ogni persona, anche a costo di disobbedire, pacificamente, alle regole, nella speranza di cambiarle e renderle giuste.

È proprio questo il tema del libro “Credere, Disobbedire, Combattere” che Cappato ha presentato a Imperia, presso la Biblioteca Lagorio, nella serata di giovedì 17 maggio. L’incontro è stato organizzato dalla Chiesa Valdese e da Apertamente.

Marco Cappato è salito agli onori della cronaca per essere finito a processo per aver aiutato Fabiano Antoniani, noto come “DjFabo”, a praticare l’eutanasia in Svizzera, ma i suoi impegni riguardano diversi temi, dalla libertà scientifica a quella sessuale, dall’antiproibizionismo ai diritti dei disabili.

L’intervista a Marco Cappato

Il titolo del libro riprende il motto fascista “Credere, obbedire, combattere”, come mai questa scelta?

“È il motto fascista rivisitato e ribaltato. Credere può voler dire credere nelle proprie convinzioni e principi che ci animano o  può voler dire credere a quello che ci dicono e impongono gli altri. Combattere può voler dire combattere con gli strumenti della non violenza oppure con le armi e la guerra. Obbedire significa obbedire agli ordini, invece bisogna disobbedire quando una legge è ingiusta e provoca più guai di quelli che vorrebbe risolvere.

Quindi dal motto fascista “Credere, obbedire, combattere”, si passa a “Credere, disobbedire, combattere”, frase che dà la speranza di un modo diverso di vivere il rapporto tra la persona, i propri diritti e lo Stato. Un modo dove la libertà e la responsabilità individuale prevale sull’illusione di uno stato etico dove dobbiamo tutti seguire un unico principio e un’unica morale”.

Di cosa tratta il libro?

“Nel libro racconto di alcune azioni di disobbedienza civile che ho portato avanti non solo sul tema dell’eutanasia, accompagnando Fabiano Antoniani in Svizzera, per cui sono sotto processo, ma anche sulle proibizioni delle sostanze stupefacenti, che aiutano la mafia e la criminalità organizzata. Sono leggi che producono crimine. Oppure le leggi che impediscono la libertà di ricerca scientifica. Ci sono filoni di ricerca sulle cellule staminali, sul genoma umano, che in altri paesi potrebbero far vincere il premio nobel agli scienziati, in Italia porterebbero in carcere fino a 3 anni perché si decide che è meglio buttare via gli embrioni che utilizzarli per la ricerca scientifica. Nel libro racconto alcune azioni di disobbedienza civile, con un’assunzione di responsabilità per cambiare quelle leggi, e spiego che queste azioni sono importanti per rivitalizzare la democrazia, un parlamento spesso lontano dalle esigenze delle persone, mettendoci la faccia e violando delle regole sbagliate, non per essere contro lo Stato, ma anzi per rendere possibili regole migliori più rispettose delle esigenze e delle speranze dei cittadini”.

Qual è stato l’aspetto più difficile del percorso affrontato insieme a Fabo?

“Aiutare Fabo l’ho vissuto come un dovere, non penso sia molto diverso da aiutare una persona a curarsi e a resistere alla sofferenza. Può capitare che le persone dicano basta. Non è diverso aiutare una persona a rispettare la volontà di lottare per curarsi e rispettare la volontà di terminare la propria vita. La cosa più difficile in Italia è ottenere di agire alla luce del sole, perché pende questa minaccia dell’articolo 580 del codice penale, che è del 1930, in piena era fascista, che condanna da un minimo di 5 a un massimo di 12 anni di carcere chiunque aiuti le persone che vogliono togliersi la vita, anche quando sono persone in condizioni di malattie terminali, irreversibili e in sofferenze insopportabili. Questo è l’ostacolo che rimane da superare”.

Cosa le ha lasciato Fabo?

“Io ho conosciuto Fabo 2 anni e mezzo dopo l’incidente. Lui mi diceva che non avevo conosciuto il vero Fabiano. Aveva avuto una vita completamente diversa, vivendo in India, facendo il Dj, con Valeria, la fidanzata. Diceva di aver avuto la vita più bella del mondo. Io ho trovato una persona che era rimasta forte di spirito, con ironia e autoironia, minimamente arreso e depresso, ancora vivace, ma che non sopportava più una condizione di immobilità totale, di cecità e di decine spasmi e sofferenze al giorno. Fino all’ultimo momento è stato capace di scherzare con i propri amici. In Svizzera ricordo che ha detto: “Ah buono questo yogurt in Svizzera, se non riesco a morire me lo porto a casa”. Mi ha colpito molto il fatto che diceva ai propri amici pochi minuti prima di morire: “Allacciatevi le cinture, non potete farmi un favore più grande”. Era un segno di una persona che non era disperata, ma ancora capace di pensare agli altri e ai propri amici, ma che non ce la faceva più. Fabo non pretendeva di essere un esempio. Ci sono persone che sono in condizioni simili che vogliono andare avanti. Queste persone devono essere aiutate con le cure palliative, con le cure psichiatriche e tutto il possibile. Ma c’è una linea da non superare ed è quella dove pretendiamo di imporre agli altri la nostra volontà. Questo non si deve fare, Fabo non voleva lo si facesse per lui e credo che lo Stato non dovrebbe mai farlo per nessuno”.

Come si fa a stabilire fino a che punto è possibile decidere autonomamente di porre fine alla propria vita?

“Noi come associazione Luca Coscioni, con Radicali Italiani e altre organizzazioni, abbiamo presentato una nuova proposta di legge di iniziativa popolare su modello olandese, proprio per distinguere la condizione di chi in realtà sta chiedendo aiuto e la condizione di chi avrebbe diritto all’eutanasia. Nel senso che anche dove è legalizzata l’eutanasia, non è automatico ottenerla. Ci sono delle verifiche dei medici che si accertano per esempio che la malattia non sia reversibile, o magari il malato che non sopporta il dolore, in realtà non sia ben trattato, o magari che ci siano forme di depressione che possono essere curate. La legalizzazione dell’eutanasia contro l’eutanasia clandestina serve proprio ad approfondire ogni situazione nella legalità e capire chi può essere aiutato anche a cambiare idea”.

Lei affronta anche la questione dei bambini che nascono con i “genitali misti”. Cosa ne pensa?

“Le persone raramente conoscono questa tematica, ma non è così raro che dei bambini nascano con gli organi genitali con caratteristiche di ambiguità, non totalmente maschi o femmine. In Italia e in occidente di solito quello che si fa è intervenire chirurgicamente immediatamente, cercando di scegliere il sesso che sembra più probabile e poi proseguire con terapie ormonali per far crescere la persona con quella sessualità. Ormai la scienza medica ci dice che questo intervento è sbagliato perché spesso si interviene sulla scelta sbagliata. Non è indispensabile intervenire subito chirurgicamente, bisogna aspettare che la sessualità si sviluppi e poi sarà la persona successivamente, eventualmente, a scegliere di praticare l’operazione. Noi pretendiamo di imporre una visione del mondo anche contro quelle che sono le naturali pulsioni, scelte, voltontà delle persone. E questo è esattamente un modello di stato che dovremmo superare”.

Ora che è finito a processo, ha dei ripensamenti?

“Non ho ripensamenti perché penso di aver fatto la cosa giusta. Naturalmente so e sapevo anche quando mi sono autodenunciato che ci sono dei rischi e delle possibili conseguenze sul piano penale. Esiste il codice penale del 1930 ed esiste anche la costituzione. Il 23 ottobre la corte costituzionale dovrà esprimersi su questo caso e stabilire se prevale la previsione del codice penale che condanna l’aiuto al suicidio o se alcuni principi della costituzione di libertà e autodeterminazione possono essere interpretati come superiori rispetto alla lettera del codice penale. In tutto questo il parlamento continua ad avere la possibilità di intervenire con una legge che regolamenti l’eutanasia. È la nostra campagna. Io penso che ci arriveremo, il problema è quando, perché nel frattempo sono tante le persone che si trovano a subire una sofferenza inutile e soprattutto che non vogliono subire. Non penso che esistano vite degne di essere vissute e vite non degne di essere vissute. Ciascuno lo decide per se stesso. Ci sono persone in condizioni difficilissime che trovano la spinta e le motivazioni per vivere e ovviamente devono essere aiutate a farlo”.

La legge sul testamento biologico è stata una grande conquista per l’Italia.

“Sì, la legge sul consenso informato e sulle disposizioni anticipate di trattamento, ossia sul testamento biologico, è molto importate, è stato un passo avanti significativo, che penso che non avremmo ottenuto senza il coraggio di Fabo e la sua storia. È importante perché chiarisce le modalità con cui si può rispettare il principio costituzionale che nessuno può essere sottoposto a un trattamento sanitario contro la propria volontà. Già oggi in Italia c’è il diritto di rinunciare a delle cure senza soffrire, anche se la sospensione delle cure conduce alla morte della persona. Il problema è che questa legge non serve per quelle persone che non dipendono da un trattamento sanitario, ma sono comunque in una condizione di malattie irreversibile e di dolore insopportabile e che quindi non hanno “una macchina da staccare”, ma ugualmente vorrebbero interrompere la propria vita. Per queste persone è indispensabile una legge vera e propria di legalizzazione dell’eutanasia, ed è quello che manca ancora in Italia”.

 
 
 
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