Cultura e manifestazioni, Home — 23 settembre 2018 alle 13:01

“TOR DES GEANTS” 2018: L’IMPERIESE MARCO DI SALVO FUORI DALLA GARA ESTREMA PER UN INFORTUNIO. “HO SENTITO UNA PIETRA ROTOLARE DALLA DISCESA, POI…”/IL RACCONTO

Nonostante l’amarezza per quanto accaduto, Marco ha portato a casa la soddisfazione di aver percorso i primi 107 chilometri della mitica gara e già pregusta l’idea di ritentare il prossimo anno.

di Gaia Ammirati

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“Quando mi hanno detto che la corsa era finita per me è stato un colpo al cuore”. Con queste parole l’imperiese Marco Di Salvo racconta l’esperienza vissuta al Tor Des Geants 2018, una delle corse più estreme al mondo, finita prima del previsto a causa di un incidente sul percorso.

Nonostante l’amarezza per quanto accaduto, Marco ha portato a casa la soddisfazione di aver percorso i primi 107 chilometri della mitica gara e già pregusta l’idea di ritentare il prossimo anno.

Il racconto di Marco Di Salvo

Com’è iniziata la corsa?

“La partenza è stata bellissima, un’emozione enorme. L’ho sempre seguita in diretta, ma esserci dentro è tutta un’altra cosa. I primi 2 km sono a Courmayeur, c’era tantissima gente, quasi una parata. La prima salita è stata lentissima perché eravamo veramente tanti e tutti vicini, a parte i professionisti che sono partiti davanti.

Io ho deciso di partire con calma. Ho percorso la salita al primo colle con calma. Lungo tutto il percorso c’era una quantità di gente inimmaginabile. Le persone ti incitavano per nome perché lo leggevano sul pettorale.

Sono arrivato a Thuile e anche lì c’era festa. Ho voluto non arrivarci forte proprio per poter affrontare le salite successive in condizioni fisiche buone, senza sforzarsi. Stessa cosa per la seconda salita. I paesaggi spettacolari erano spettacolari, c’era una atmosfera stranissima, suggestiva. 

Com’è andata la prima notte?

“Quando è scesa la prima sera stavo scendendo verso la prima base vita. Ho mangiato qualcosa di veloce e sono ripartito, erano 12 ore che correvo, quindi non volevo ancora fermarmi a lungo. Ho iniziato il colle Fenetre, una salita molto dura, ma essendo in compagnia di un ragazzo francese, chiacchierando, è passata velocemente”.

È proprio durante la discesa che è avvenuto l’incidente?

“Sì, raggiunta la cima del colle, è iniziata la discesa talmente ripida che non ti rendevi conto della strada, in più era notte. Io procedevo tranquillo, con calma. Dopo 100 metri, ho sentito il rumore di un pietrone rotolare, forse smosso dalla corsa di altri atleti più in alto di me. Mi sono fermato per cercare di evitare di essere colpito, ma la pietra è venuta proprio dritta sulla mia caviglia. Ho sentito un forte dolore in quel momento, ma pensavo che si trattasse solo della botta, e sono andato avanti.

Arrivato in fondo alla discesa mi sono fermato per controllare e ho visto la calza sporca di sangue e la caviglia gonfia come un pallone. Così, mi sono fermato al punto di ristoro, dove una dottoressa mi ha disinfettato e fasciato la ferita”. 

Come hai reagito in quel momento?

“Io ero determinato a continuare e quindi ho subito ripreso la corsa, seppur con un po’ di nervoso perché ero solo al 70esimo chilometro. 

Sono andato avanti e ho affrontato la salita più alta della gara, ovvero il colle Loson, circa 3.300 metri. Ero moto stanco e ho provato anche a dormire su un prato, ma poi ripreso subito. Sono riuscito a raggiungere la vetta, la più temuta, e mi sono fermato brevemente al rifugio Sella. Durante la discesa verso Cogne ho recuperato molte posizioni, sebbene continuassi a non sforzarmi. In quel momento non facevo caso alla posizione della corsa, pensavo solo ad andare avanti”.

Quando hai iniziato a capire che non avresti potuto continuare?

“Quando sono arrivato a Cogne, ero distrutto dopo 32 ore senza dormire e sentivo i brividi di freddo, probabilmente per la stanchezza e per la botta. Mi hanno controllato due dottori che hanno ipotizzato si potesse trattare di micro fratture o che ci potete essere un’infezione. Un fisioterapista, infine, mi ha comunicato che c’era bisogno di fare le lastre. In quel momento ero ancora convinto di poter continuare in caso non ci fosse stato nulla di grave, ma i dottori si sono messi a ridere dicendo che per fare le lastre sarei dovuto andare ad Aosta. Ricordo la frase: “La tua gara finisce qui” . Lì è scoppiato tutto il mio nervosismo perché ho capito che l’esperienza era davvero conclusa. Il momento più brutto è stato quando sono dovuto andare a consegnare il pettorale”. 

Ne è valsa la pena nonostante tutto?

“La delusione è stata tanta, perché mi ero preparato a lungo, facendo tanti sacrifici per mesi, ma ne è sicuramente valsa la pena. Sebbene io abbia percorso solamente 106 chilometri circa, ho vissuto momenti indimenticabili. Ancora non so come ho fatto a percorrere 30 chilometri con la caviglia in quelle condizioni. In ogni caso, fortunatamente non sono state riscontrate né frattureinfezioni. Si è trattata solamente di una forte contusione e ora ho bisogno di riposo”.

Pensi di tornare ad affrontare questa corsa estrema?

“Senza dubbio proverò di nuovo l’estrazione il prossimo anno. Soprattutto adesso che ho provato con mano di cosa si tratta e ho capito che posso farcela. Sicuramente ci sono tantissime variabili imprevedibili da mettere in conto, ma programmare tutto è impossibile. Spero di essere più fortunato la prossima volta e mi preparerò con ultratrail e altre corse nel frattempo”.