Dal mondo — 25 novembre 2013 alle 13:20

PROCESSO TRATTATIVA STATO-MAFIA \ NAPOLITANO SCRIVE ALLA CORTE: “NULLA DA RIFERIRE”

Non ho da riferire alcuna conoscenza utile al processo, come sarei ben lieto di potere fare se davvero ne avessi da riferire”.In una lettera di due pagine inviata questa mattina al presidente della Corte d’assise di Palermo, Alfredo Montalto, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano precisa la sua posizione in relazione alla sua deposozione nel processo per la trattativa Stato-mafia. […]

di Redazione

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Non ho da riferire alcuna conoscenza utile al processo, come sarei ben lieto di potere fare se davvero ne avessi da riferire”.In una lettera di due pagine inviata questa mattina al presidente della Corte d’assise di Palermo, Alfredo Montalto, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano precisa la sua posizione in relazione alla sua deposozione nel processo per la trattativa Stato-mafia.
Napolitano era stato citato come teste per riferire di una missiva ricevuta dal suo consigliere giuridico Loris D’Ambrosio.

Ecco il testo integrale della lettera del Presidente della Repubblica Giorgio Napoletano:

«Signor Presidente, la Corte da Lei presieduta – esercitando la facoltà attribuitale dal vigente art. 205, comma primo, del codice di procedura penale – ha deciso con ordinanza del 17 ottobre, di ammettere, nei limiti che la stessa ordinanza indica, la testimonianza del sottoscritto Presidente della Repubblica richiesta dal pm.
Ritengo in proposito doveroso farle presenti le seguenti circostanze: a) la lettera indirizzatami il 18 giugno 2012 dal dottor Loris D’Ambrosio, con la quale egli volle rimettermi l’incarico (da me conferitogli il 18 maggio 2006) di consigliere per gli Affari dell’Amministrazione della giustizia, è stata, per mia libera iniziativa, pubblicata nella raccolta di miei interventi del periodo 2006-2012 «Sulla giustizia». Quella mia iniziativa, di certo non dovuta, corrispose a un intento di massima trasparenza nel documentare e onorare il travaglio umano e morale del consigliere D’Ambrosio, provocato dalla diffusione, sulla stampa, di testi registrati (non si sa quanto correttamente e integralmente riprodotti) di conversazioni con il senatore Mancino, intercettate dalla Procura di Palermo, e da cui venivano ricavati elementi di grave sospetto su comportamenti tenuti dal mio collaboratore». – «b) Quella lettera era caratterizzata da profonda ‘amarezza e sgomentò e direi anche indignazione per interpretazioni (dello scambio di telefonate con il senatore Mancino) e più in generali, arbitrarie insinuazioni che colpivano la costante linearità della condotta tenuta dal dottore D’Ambrosio, in modo particolare rispetto all’impegno dello Stato nella lotta contro la mafia; c) Il giorno seguente, 19 giugno 2012, lo invitai nel mio studio – alla presenza del segretario generale della Presidenza della Repubblica – per tentare di rasserenarlo, e per confermargli stima e fiducia e farlo anche per iscritto, consegnandogli la lettera (inserita poi a sua volta nella pubblicazione da me già ricordata – con la quale lo invitavo a mantenere l’incarico di mio consigliere; d) Per quel che riguarda il passaggio della lettera del consigliere D’Ambrosio cui fa riferimento la richiesta di mia testimonianza ammessa dalla Corte, non ho da riferire alcuna conoscenza utile al processo, come sarei ben lieto di potere fare se davvero ne avessi da riferire e tenderei a fare anche indipendentemente dalle riserve espresse dai miei predecessori Cossiga e Scalfaro sulla costituzionalità della norma di cui all’art. 205 del c.p.p. »Dei problemi relativi alle modalità dell’eventuale mia testimonianza, la Corte da lei presieduta è peraltro certamente a consapevole come ha – nell’ordinanza del 17 ottobre – dimostrato di esserlo dei ‘limiti contenutisticì da osservare ai sensi della sentenza della Corte Costituzionale del 4 dicembre 2012».