SULLE MOTO DUCATI LA FIRMA DELL’IMPERIESE CORRADO COMINETTI:”DA PICCOLO LE DISEGNAVO SUL DIARIO DI SCUOLA, POI UN GIORNO…”/LA STORIA

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La storia di Corrado Cominetti, imperiese di 48 anni, è contrassegnata da una serie di opportunità colte al volo e assaporate fino in fondo.

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Esperienze vissute alla velocità di una moto da corsa. La storia di Corrado Cominetti, imperiese di 48 anni, è contrassegnata da una serie di opportunità colte al volo e assaporate fino in fondo, ricavando da ogni occasione la maggior crescita personale e professionale possibile, mettendoci creatività, impegno e anche molto divertimento, una componente essenziale per trarre il massimo dalle proprie potenzialità.

La passione di Corrado per i motori risale ai tempi della tenera giovinezza, quando passava ore a disegnare moto sulle pagine dei diari scolastici, cosa che non gli ha mai impedito di eccellere nelle materie scientifiche. Il suo percorso, dopo gli studi al Liceo Vieusseux e al Politecnico di Torino, è fatto di tanto impegno, ma anche di una certa dose di scelte azzardate e di “follia”, come racconta lui stesso. Forse è proprio quest’ultimo aspetto che ha fatto la differenza, portandolo a lavorare come Direttore Tecnico per grandi marchi come Piaggio, Morini e Ducati.

GIÀ DA RAGAZZINO AVEVI GRANDI ASPIRAZIONI?

“Non proprio, ero un ragazzo come tanti altri con la passione per le moto. Questo amore mi è stato trasmesso da mio zio che lavorava nell’ambito e quindi sono stato sempre un po’ stimolato. A 14 anni mi sono fatto comprare il mio primo motorino e a 16 il 125, come succede a tanti ragazzini di quella età. Ho quindi avuto subito uno sfogo immediato su cui riversare la mia passione, cresciuta e coltivata negli anni, provando sulla mia pelle quello che avevo sentito raccontare da mio zio. Facendo il Liceo Scientifico Vieusseux, poi, ho avuto la preparazione scolastica tale da mettere in pratica questa passione su un altro piano, più tecnico“.

QUANDO C’È STATO IL PUNTO DI SVOLTA?

“Finito il Liceo, ho passato un periodo di “cazzeggio” alla Spiaggia d’Oro, impigrito e senza idea di cosa fare nel futuro, incalzato dalle domande dei miei ex compagni di quinta liceo “Cosa fai dopo?” a cui rispondevo “Poi vediamo”. A un certo punto, due miei amici mi hanno detto che sarebbero andati a Torino al Politecnico e mi hanno chiesto di andare con loro. Questa è stata la molla che mi ha fatto scattare, lo stimolo che mi ha risvegliato dalla pigrizia. Sono andato a Torino e mi sono iscritto a Ingegneria Meccanica, con indirizzo automobilistico.

È stata una bellissima esperienza sia dal punto di vista umano, dato che si trattava della prima esperienza via da casa, lontano da famiglia, amici e posti dov’ero cresciuto, sia dal punto di vista educativo. La facoltà era ed è di ottimo livello ed è stata un’opportunità unica per la mia crescita. Sono venuto a contatto con professori di notevole livello e con realtà che avevano interazioni con industrie di alto profilo, come la Fiat. Oggi l’ingranaggio si è un po’ rotto, ma, quando mi sono laureato, nel ’92, le cose andavano bene”.

FINITA L’UNIVERSITÀ SONO ARRIVATE SUBITO PROPOSTE DALLA FIAT, MA HAI DECISO DI SEGUIRE LA TUA PASSIONE PER LE MOTO.

“Sì. Essendo la mia passione dedicata alle moto, una volta uscito dall’università, nonostante numerosi colloqui e proposte dal gruppo Fiat, ho deciso di giocare il tutto per tutto e inseguire il mio “vero amore”, provando a bussare la porta alle maggiori case motociclistiche italiane. Dopo un po’ di tempo, con sorpresa, mentre facevo supplenze di materie scientifiche all’ITIS e al Istituto Nautico, è arrivata una proposta dalla Piaggio di Pontedera, proposta a cui ho dato seguito, facendo subito le valigie e andando a Pisa. È stata una grandissima esperienza. Sono stato assunto subito in un ambito non solo tecnico, ma soprattutto creativo, mettendo insieme due parti vive della mia personalità: la preparazione scientifica e la creatività, dando sfogo alla mia voglia di inventare e disegnare.

Piaggio, negli anni di cui sto parlando, ’95-’96, era molto avanti. Era un’azienda di 7mila persone in un unico edificio, quasi una città. Avevano pensato di fare un ufficio con 6 pazzi il cui compito era di creare nuove idee, inventarsi dei nuovi veicoli, e tra quei pazzi c’ero io e mi sono divertito tantissimo. Abbiamo realizzato scooter, mezzi a due, tre, quattro ruote che avrebbero alimentato la catena del processo di sviluppo del prodotto. Gli altri erano più pazzi di me, era gente che veniva dappertutto. È stato il primo team inter-funzionale in cui ho lavorato e che mi ha dato un’impronta che ho cercato di seguire durante tutto il mio percorso futuro. Il concetto era: “Vi diamo carta bianca, create quello che volete”. Su 100 progetti, probabilmente 95 li buttavamo, ma tra quei 5 magari qualcuno si provava a mettere in pratica e uno tra quei 5 si poteva rivelare di successo. Un progetto che ha avuto molto successo è stato il primo scooter a tre ruote, il Piaggio “Mp3”. Poi ho lavorato su una piccola “motina”, al fianco di un ingegnere senior, e ho avuto la soddisfazione di vederlo costruire in serie e vederlo girare in strada, con marchio Gilera, la “Dna”, una moto in scala leggermente ridotta. In pratica era come se mi pagassero per divertirmi”.

DOPO LA PIAGGIO È ARRIVATA LA DUCATI. A QUALI SODDISFAZIONI SEI ARRIVATO?

Ho bussato alle porte di Ducati, l’apice del motociclismo italiano, e me le hanno aperte, trasferendomi a Bologna. Sono rimasto alla Ducati per 6 anni, ricoprendo diversi ruoli e diverse posizioni. All’inizio mi occupavo dello sviluppo di prototipi, per arrivare alla realizzazione in officina di nuovi modelli di moto. Ho avuto di nuovo l’opportunità di utilizzare la fantasia legata all’applicazione tecnica, dando sfogo alla creatività per realizzare nuovi veicoli. Una grande soddisfazione è stato l’essere Capo-progetto per lo sviluppo di una nuova famiglia di moto. L’ambiente era giovane e dinamico, lavoravo 8 ore in ufficio ma poi le restanti si usciva con i colleghi (e amici), nel cuore di Bologna, e giravo il mondo per lavoro, da Singapore agli Stati Uniti, ovunque. All’epoca Ducati andava molto bene, poi più avanti ha iniziato ad avere qualche problemino di gestione e finanziario, per arrivare in anni recenti ad essere venduta e comprata più volte, fino a finire oggi di proprietà del gruppo tedesco Audi”.

QUAL È STATA LA “FOLLIA” CHE TI HA FATTO LASCIARE LA DUCATI?

“Sebbene sia andato via dalla Ducati a malincuore, ho intrapreso con entusiasmo un’impresa folle. Ho seguito 2 fratelli, ex titolari di una famosa fabbrica di televisori anni ’80-’90, che mi hanno portato in un parcheggio vuoto, dicendomi: “Qui costruiremo una fabbrica di moto e, se ci seguirai, sarai direttore tecnico”. Era una totale follia, non c’era nulla, ma mi sono buttato. Nel 2004 abbiamo quindi risvegliato il marchio storico “Moto Morini”, mettendo insieme un gruppo di “disperati”. Non c’era nessuna garanzia di successo nell’impresa, un totale azzardo. Avevo però bisogno di nuovi stimoli, non più di un’azienda organizzata e prestabilita. Lì avevo a disposizione uno spazio dove dar spazio alla mia creatività in modo libero. Dopo 6 mesi si è completato il team, in totale 12 persone, e abbiamo completato la progettazione di una nuova moto, con il supporto di un’azienda vicina che si occupava del motore. Dopo 1 anno e mezzo, da un parcheggio vuoto si era creata un’azienda e c’erano già moto su strada, distribuite e vendute, con estrema soddisfazione e grande stupore di tutti. È stato appagante e strano. Una grossa sfida con mille imprevisti, che mi ha dato una carica inimmaginabile.

L’impresa è andata avanti 3 anni, fino al 2007, arrivando a vendere 1200 pezzi all’anno, un buon risultato in un mercato molto competitivo, arrivando a 20 persone. Poi però per alcuni problemi, l’azienda è stata venduta a quella che si occupava dei motori, che però non è stata in grado di portare avanti il progetto ed è poi fallita nei due anni successivi. Io l’avevo intuito ed ero scappato, tornando in Liguria”.

DOPODICHÉHAI LASCIATO IL SETTORE DELLE MOTO E SEI TORNATO IN LIGURIA DOPO AVER GIRATO IL MONDO. COME HAI AFFRONTATO QUESTI CAMBIAMENTI?

Ho avuto l’occasione di tornare in Liguria, a Sestri Levante. con una proposta non più legata al mondo delle moto, ma vicino al mare, l’ambiente dove sono cresciuto. Ho cambiato di nuovo la mia vita, dopo Torino, Pisa e Bologna, e i viaggi intorno al mondo, sono tornato in un paesino ligure di provincia. Qui sono direttore tecnico di una multinazionale americana, la Scubapro, uno dei marchi più grandi al mondo che si occupano di attrezzature subacquee. A Sestri c’è una delle tanti sedi esistenti. In pratica, continuo a fare quello che mi è sempre piaciuto, creare e progettare, ma in un campo che non mi aspettavo. Allo stesso tempo è estremamente affascinante perchè si esplorano mondi nuovi, quelli marini.

Il cambiamento, lo ammetto, è stato traumatico. Ho fatto un cambiamento radicale nella mia vita, dopo anni a Bologna e nelle grandi città, con i lati positivi e negativi del caso, mi sono ritrovato di nuovo in un paesino della riviera ligure, in un ambiente che prima di ora era solo legato alla mia gioventù“.

TORNERESTI A VIVERE E A LAVORARE A IMPERIA?

“A Imperia torno molto spesso, circa 2 volte al mese, per visitare parenti e amici. Ci sono nato e cresciuto e mi fa sempre piacere. Dall’altra parte, però, tutte le volte che torno cresce in me anche la frustrazione, perchè, durante la mia esperienza fuori, ho visto tantissimi posto con potenzialità bassissime, di molto inferiori a quelle di Imperia, che però hanno saputo sfruttarle al meglio. Il contrario di ciò che accade qui. Vederle così non sfruttate e vedere una città maltrattata fa piangere il cuore. Se tornassi mi piacerebbe far qualcosa di attivo per migliorala, però, da un punto di vista professionale, per ora, non trovo uno sbocco. Le opportunità che si trovano nelle grandi città o all’estero per la realizzazione professionale non sono paragonabili. In Italia ce ne sono poche e non sono facili da cogliere.

Ultimamente, però, colgo segnali positivi nella città, dalla ristrutturazione della Marina alla Foce e della passeggiata degli innamorati alla pedonalizzazione di Via Cascione. Vorrei leggere questi segnali come un’inversione di tendenza che possa portare Imperia ad occupare il posto che merita. La strada è lunga, ci sono decenni di trascuratezza e torpore da scrollarsi di dosso, ma si può fare. Inoltre, per far sì che questo avvenga i cittadini devono essere i primi protagonisti. Ed allora il mio suggerimento è leggere e viaggiare il più possibile, perché solo conoscendo non si ha paura di cambiare”.

UN CONSIGLIO PER I GIOVANI DI OGGI CHE SI AFFACCIANO AL MONDO DEL LAVORO?

“Il mio consiglio, anche se potrebbe sembrare banale, è di seguire le proprie passioni. Non c’è nulla di più bello di passare 8 ore a fare quello che piace. Fare un lavoro che non si ama solo per un ritorno economico (nella migliore delle ipotesi), non potrà mai dare la stessa soddisfazione. Dopo un po’ non c’è cifra che non ti faccia svegliare al mattino con l’incubo di dover fare un lavoro che si odia. Bisogna cercare qualcosa che fa parte del proprio essere. Almeno quando si è giovani, si deve far di tutto per raggiungere i propri obiettivi, anche se significa allontanarsi dalle comodità di casa. Anche se andasse male, nella peggiore delle ipotesi, si collezioneranno esperienze e persone che costruiranno la nostra persona.

Poi, si deve sempre cercare di capire dov’è il limite tra puntare tutto e rovinarsi, poichè a volte l’ostinazione è controproducente. Il mondo delle moto mi ha dato le soddisfazioni che cercavo, ma ora la situazione è in una crisi tale che mi serviva un compromesso e mi sono lanciato in una nuova avventura. Non bisogna aver paura di cambiare, ogni novità può essere una rinascita, uno stimolo per fare qualcosa di diverso”.

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