Attualità, Home — 27 marzo 2017 alle 19:05

IMPERIA. NOTO RISTORATORE A PROCESSO PER MANCATI ALIMENTI ALLA MOGLIE. IL GIUDICE LO ASSOLVE:”IL FATTO NON COSTITUISCE REATO”/ LA STORIA

La donna, difesa dall’avvocato Giovanni Di Meo, dopo una separazione problematica, nel 2012, trovandosi in difficoltà economica, ha denunciato l’ex marito ai carabinieri perché non le avrebbe più corrisposto l’assegno di mantenimento.

di Redazione

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“Il fatto non costituisce reato”. Con questa formula il giudice Sonia Anerdi ha assolto un noto ristoratore imperiese, S.O. di 48 anni, a processo perché accusato dall’ex moglie di non aver provveduto a pagarle gli alimenti stabiliti dal giudice. La donna, difesa dall’avvocato Giovanni Di Meo, dopo una separazione problematica, nel 2012, trovandosi in difficoltà economica, ha denunciato l’ex marito ai carabinieri perché non le avrebbe più corrisposto l’assegno di mantenimento.

L’uomo, difeso dall’avvocato Oliviero Olivieri, a causa della crisi economica nel corso degli anni ha perso il lavoro e da uno stipendio lordo a cinque zeri si è ritrovato a guadagnare 1500 euro al mese, la stessa somma che avrebbe dovuto corrispondere alla moglie e ai due figli minorenni. Da lì la richiesta di revisione della cifra da versare alla moglie e l’accordo tra le parti di scendere a 400 euro al mese. L’uomo, vista l’impossibilità di incontrare la moglie, avrebbe dato i soldi alla figlia minore accollandosi anche le spese scolastische, quelle mediche, le spese telefoniche e una paghetta giornaliera. Nel corso della fase dibattimentale è anche emerso il pagamento di un costoso viaggio di istruzione in Australia e il fatto che i due figli spesso mangiavano nel ristorante gestito dal padre. 

Il Pubblico Ministero ha affermato:“È vero come la persona offesa si è trovata in difficoltà ma dall’altro lato l’imputato ha pagato anche una vacanza in Australia alla figlia. Anche se alcuni mesi non avrebbe pagato nulla, francamente in questo contesto mancanza dell’elemento soggettivo perché in un arco di tempo limitato, l’imputato effettua un pagamento parziale, non c’è il dolo. Chiedo assoluzione perché il fatto non costituisce reato”.

“Nelle conclusioni della pubblica accusa – ha replicato l’avvocato Di Meo – non tiene conta di elementi processuali. Non si può contestare il fatto che siano stati pagamenti parziali. Il tutto è avvenuto in un contesto disordinato e caotico. Ha fatto emergere come la famiglia della mia assistita abbia sofferto. L‘imputato ha intrapreso iniziative economiche sconsiderate, si è messo in una situazione di difficoltà per sua imperizia. Versamenti parziali non sollevano minimamente l’obbligato dai suoi doveri. L’esame dell’imputato dovrebbe essere sorretta da pezze giustificative, ma così non è stato”. 

L’avvocato difensore Oliviero Olivieri“Riteniamo che ci debba essere l’assoluzione ma con formula piena. Tra le parti vi era una grande conflittualità, ci sono state delle querele nei confronti della moglie. Il mio assistito percepiva stipendi da 130-140 mila euro, poi la perdita del lavoro e i tentativi falliti di reinventarsi un lavoro. Il mio cliente si è sempre occupato del mantenimento economico dei suoi figli in base alle proprie disponibilità economiche. Nel corso degli anni ha sempre dato 50 euro a settimana alla figlia che dava alla madre oltre ai 5 euro al giorno ad entrambi i figli per un ammontare complessivo di 400 euro al mese, cifra stabilita tra le parti. Inoltre ha ricaricato una carta prepagata con 900 euro e ha pagato le spese telefoniche dei figli e il viaggio in Australia oltre alle spese mediche e a quelle scolastiche. Per questi motivi chiedo l’assoluzione con formula piena del mio cliente”.

 
 
 
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