GESTIONE PATRIMONIALE: L’INVESTIMENTO A BASE DI TECNOLOGIA. IL RISPARMIO SENZA SPESE/ I DETTAGLI

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La rivoluzione digitale ha comportato anche un abbassamento dei costi sulle voci meno vantaggiose per il cliente, ossia le spese d’ingresso e quelle di mantenimento del portafoglio

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Imperia. Il presente e probabilmente anche gran parte del futuro del mercato finanziario sono caratterizzati dalla predominanza del risparmio gestito. È questa la soluzione più diffusa e gradita dagli italiani per cercare di ottenere profitti dal risparmio accumulato nel corso degli anni, ottenendo garanzie per il futuro in materia di progetti, previdenza complementare e stile di vita consono alle aspettative.

Sono le caratteristiche della gestione patrimoniale ad attirare le attenzioni dei risparmiatori e degli addetti ai lavori. L’efficienza fiscale al momento dell’investimento e sulla performance finale sono tra le motivazioni principali che spingono gli italiani ad optare per questa tipologia di prodotto, ma anche che lo differenziano dai fondi comuni. La gestione patrimoniale è anche molto flessibile e adatta a qualsiasi portafoglio. Anche chi non dispone somme ingenti può infatti investire e, in caso di necessità, potrà decidere in qualsiasi momento di interrompere l’investimento o di disinvestire una parte dei propri risparmi, senza pagare penali.

A consentire un ulteriore passo in avanti della gestione patrimoniale è stato anche l’ausilio della tecnologia, attraverso la quale è possibile monitorare l’investimento, la composizione del portafoglio, gli acquisti, le vendite e i rendimenti attraverso un’applicazione scaricabile su ogni smartphone. La rivoluzione digitale ha comportato anche un abbassamento dei costi sulle voci meno vantaggiose per il cliente, ossia le spese d’ingresso e quelle di mantenimento del portafoglio. Con l’introduzione del MiFid II, l’Italia si è anche adeguata alla normativa europea, favorendo la regolamentazione di una gestione patrimoniale indipendente libera cioè dai legami con gli istituti erogatori.

L’espressione principale della gestione patrimoniale sul mercato è il Piano di Accumulo Capitale, conosciuta tra gli addetti ai lavori con l’acronimo di PAC: è uno strumento presente da anni nell’universo finanziario, e consente agli investitori di acquisire una quota di un fondo azionario sfruttando le oscillazioni nel corso del tempo. Acquisti e vendite saranno quindi ammortizzate nel tempo, senza svilire il valore medio dell’investimento complessivo. Affinché un PAC sia redditizio, cliente e consulente devono scegliere la via di una massima diversificazione sulla base dei diversi asset a disposizione, e contestualmente procedere a costanti rialzi, che sfrutteranno l’automatismo d’investimento nel momento in cui il mercato affronta momenti di flessione. In questo caso, la tecnologia “mette in campo” un altro vantaggio, quello cioè di concentrarsi sull’investimento con la massima lucidità e senza l’emotività tipica degli esseri umani. La natura tipica del PAC sottende però anche un suo limite. Per come è stato creato, il Piano di Accumulo Capitale consente infatti di ottenere piccoli risultati, perché parte nella maggior parte dei casi da investimenti minimi. A fronte di un investimento maggiore, come è ovvio che sia, i profitti sarebbero più importanti, ma ancor più interessante sarebbe un mix di investimento tra PAC e PIR. I Piani Individuali di Risparmio sono stati introdotti nel 2017 dal Governo e hanno sin da subito attirato l’attenzione degli investitori per gli sgravi fiscali, risvegliando al contempo l’orgoglio italiano per investimenti legati alla Piccola e Media Impresa. Questa ulteriore diversificazione moltiplica le possibilità di successo dell’investimento e garantisce quindi maggiore serenità in vista del futur

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