“Il mio Cammino di Santiago senza una gamba”. Mario, una storia che dà speranza. “La vita è preziosa, sono un uomo fortunato”

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La storia di Mario Calcagno e il Cammino di Santiago senza una gamba.

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In questo momento si sarebbe dovuto trovare lungo il Cammino di Santiago per concludere il suo percorso da pellegrino, ma, a causa della pandemia, tutto è rimandato di un anno.

Potrebbe sembrare una delle tante storie di persone che hanno dovuto mettere “in pausa” la propria vita per tutelare la propria salute e quella degli altri, ma non è tutto qui.

Stiamo parlando, infatti, di una storia fuori dall’ordinario che, specialmente in questo momento storico, può essere fonte d’ispirazione e di speranza per tutti. È quella di Mario Calcagno, artigiano 58enne di Albenga, che, nell’agosto del 2016, è rimasto coinvolto in un gravissimo incidente stradale sull’Aurelia, ad Alassio, dove ha perso parte della gamba sinistra.

Questo episodio, sebbene gli abbia cambiato la vita, non gli ha spento l’entusiasmo di vivere e di inseguire i propri desideri.

Mario e il Cammino di Santiago senza una gamba

Cos’è successo il 17 agosto 2016?

“Sono stato miracolato. Ero a bordo del mio scooter che mi dirigevo verso la spiaggia per mangiare dei panini con i miei figli. A un certo punto, mi sono scontrato con un’auto che veniva dalla parte opposta e sono volato in aria. 

Nella caduta, mi sono rotto 8 costole, il femore, l’ulna, il radio, l’omero. Completamente distrutti la tibia e il perone della gamba sinistra. 

Cosa ricorda di quei momenti?

Mi ricordo tutto. Per l’adrenalina in corpo non sentivo dolore, mi sembrava di essere in un bozzolo. Ricordo che ero steso per terra e ho recitato un’Ave Maria. Poi è arrivato Andrea, il milite della Croce Bianca di Imperia che stava passando di lì per tornare a casa. Mi ha salvato la vita. Ricordo che non volevo si sentisse responsabile nel caso non mi riuscisse a salvare e gli ho detto “Lasciami morire”. 

Pensava di non farcela?

In quel momento non ci pensavo. Non mi rendevo conto. Sicuramente sono stato miracolato, anzi doppiamente miracolato. Il primo miracolo è stato l’essere riuscito, dopo essere volato in aria, ad atterrare su un fianco. Questo mi ha procurato la rottura delle costole, ma mi ha salvato la schiena. 

Il secondo miracolo è stato l’arrivo di Andrea 5 minuti dopo, che mi ha messo un laccio emostatico sull’arteria femorale, in attesa dei soccorsi. Se non l’avesse fatto, in pochi minuti mi sarei dissanguato. Poco dopo sono arrivati ambulanzaautomedica del 118 e mi hanno sedato. Mi ricordo fino all’arrivo al Santa Corona, dopodiché mi sono svegliato dopo qualche giorno in terapia intensiva. Ho subito diverse operazioni.

Si era reso conto di aver perso la gamba già il giorno dell’impatto?

No, almeno, non del tutto. Ricordo che a un certo punto, in ospedale, ho detto “Non tagliatemi la gamba” e qualcuno ha risposto “È già tagliata”.

Come l’ha presa?

“Devo dire che io avevo già avuto un brutto incidente in motorino nell’83 e me ne ero tirato fuori da solo. Sono sempre stato un guerriero, abituato alle sfide. Sono stato anche paracadutista militare. Ho sempre fatto moltissimo sport, mi piaceva scalare le montagne. Sono stato più volte sopra i 4 mila metri. Tutto questo mi ha dato la forza per lottare. La vita è come una tazzina di caffè, ci puoi mettere tanto zucchero, ma se non giri il cucchiaino il caffè resta amaro. Quindi devi farla girare questa vita, non può restare ferma. 

Le ha insegnato molto questa esperienza?

Sì. Ora la mia vita si gioca su un tavolo diverso, ma sono convinto che sia sempre degna di essere vissuta. Ho capito che le motivazioni le devi trovare dentro di te. 

Ho anche 2 figli, uno di 18 anni e una di 14. La mia storia deve essere esempio anche per loro. 

Com’è cambiata la sua vita ora? E come ha vissuto il lockdown per la pandemia?

“Ho dovuto affrontare molte operazioni, più volte. È stata dura, ma poi con la protesi ho ritrovato nuove abitudini. Ovviamente non faccio più lo sport di prima. Vado in piscina, faccio lunghe camminate. Il lockdown mi ha costretto in casa, come tutti gli altri italiani. Non vedo l’ora di poter tornare a muovermi”.

Arriviamo quindi al Cammino di Santiago, come le è venuta l’idea?

Io sono una persona che ha fede, ma non l’ho fatto solo per una questione religiosa. Volevo provare qualcosa a me stesso. È una cosa che volevo fare da tempo e quindi mi sono lanciato.

C’è qualcuno che ha cercato di farla desistere, sostenendo che sarebbe sconsigliato per una persona amputata?

Devo dire di no. Mia moglie mi aveva cercato di convincere a non partire, ma perché si preoccupa molto. L’avrebbe fatto anche se non avessi avuto l’incidente.

Che cammino ha fatto?

Ho compiuto metà del cammino portoghese lo scorso anno, a giugno, e quest’anno, proprio in questo momento, sarei dovuto essere là, per portare a termine l’altra metà fino a Santiago.

In particolare, sono partito il 2 giugno da Lisbona e sono arrivato il 28 ad Agueda, percorrendo circa 304 km. Me ne restavano altrettanti per arrivare a Santiago. Avevo programmato di partire questo maggio, ma, per ovvi motivi, ho rimandato.

Com’è andata la prima parte del viaggio?

Molto bene. Percorrevo circa 20/25 km al giorno, dividendo in due le tappe tradizionali da 50 km e fermandomi anche qualche giorno in più in alcuni posti. Partivo alle 6 del mattino e camminavo fino alle 11/12, poi facevo una pausa e riprendevo fino alle 17. Mi sono fermato tre giorni a Lisbona, tre giorni a Santarem e altri a Coimbra.

Gli altri pellegrini notavano la tua protesi?

Sì, infatti mi hanno scattato una marea di fotografie. Non è una cosa usuale vedere un amputato fare il cammino.

Un giorno ho incontrato una donna della Nuova Zelanda che mi ha chiesto il permesso di scattarmi una foto perché ha il marito paraplegico e voleva fagli vedere che la vita può continuare lo stesso. 

Ho incontrato moltissima gente, da tutte le parti del mondo. Un giorno mentre camminavo si è accostata una macchina e il conducente mi ha chiesto se fossi un pellegrino diretto a Santiago. Quando gli ho detto di sì, mi ha donato un sacchetto con acqua fresca, 3 mele e il suo biglietto da visita. All’inizio non capivo, poi dei ragazzi americani che ho incontrato dopo mi hanno spiegato che lascia il suo nome per far star tranquille le persone, per far capire che non è un matto che lascia cose avvelenate. 

Tante volte sono stato invitato dalle persone a mangiare a casa. Non perché avessi la protesi, ma perché sono abituati ai pellegrini e sono molto solidali e religiosi”.

Ti ha condizionato in qualche modo il fatto di essere amputato?

Non molto a dir la verità. La fatica la fanno tutti, non solo io. Forse io un po’ di più. Ma è un’esperienza bellissima che consiglio a tutti. Camminando entri davvero nell’anima di un popolo, lo vivi veramente, con la lentezza giusta.

Ho dovuto accorciare le tappe, fermarmi di più, quello sì. Credevo fosse un percorso in piano, invece ci sono anche molte salite abbastanza ripide, su strada sia asfaltata sia no. In alcuni casi ho avuto difficoltà nelle piccole cose quotidiane, ad esempio fare la doccia. Una volta non ho trovato un ostello aperto e ho dormito all’addiaccio. Sono tutte esperienze, anche quelle difficili, che fanno parte del gioco.

Ho fatto moltissime cose nella mia vita e per questo, dico sempre, mi sembra di aver vissuto due o tre vite. Questo mi fa pensare che quando morirò, saprò di non averla sprecata. Mi ritengo un uomo fortunato”.

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