Eutanasia, caso Trentini: dopo l’assoluzione, a tu per tu con Marco Cappato. “La nostra disobbedienza civile continua finchè non ci sarà una legge”

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Un’altra storica sentenza dopo quella del 2019, in cui Cappato fu assolto per lo stesso reato per la morte del 40enne milanese Fabiano Antoniani.

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È sicuramente un passo avanti, ma al contempo anche un alibi dietro a cui il Parlamento potrebbe nascondersi“. Queste le parole di Marco Cappato, esponente dei Radicali e presidente dell’Associazione Luca Coscioni, a distanza di alcuni giorni dalla sentenza di assoluzione della Corte di Assise di Massa, nell’ambito del processo che lo vedeva imputato insieme a Mina Welby (co-presidente dell’associazione) per la morte di Davide Trentini.

Caso Trentini, Marco Cappato e Mina Welby assolti

Dopo la morte di Davide Trentini, 53enne, malato di sclerosi multipla, che il 13 aprile del 2017 fece ricorso al suicidio assistito a Basilea, in Svizzera, CappatoWelby si erano presentati ai Carabinieri di Massa (città di Trentini) per autodenunciarsi per avergli prestato aiuto. Da lì era partito il procedimento penale, conclusosi alcuni giorni fa con la sentenza di assoluzione.

In particolare, i due sono stati assolti per l’istigazione al suicidio perché il fatto non sussiste e per l’aiuto al suicidio perché il fatto non costituisce reato.

Un’altra storica sentenza dopo quella del 2019, in cui Cappato fu assolto per lo stesso reato per la morte del 40enne milanese Fabiano Antoniani.

Raggiunto telefonicamente da ImperiaPost, ecco le considerazioni di Marco Cappato a pochi giorni dalla sentenza.

Caso Trentini, dopo l’assoluzione a tu per tu con Marco Cappato

Come ha vissuto il momento dell’assoluzione?

“È stato un momento di grande emozione soprattutto dal punto di vista umano. Con noi c’era la fidanzata di Davide Trentini. La mamma, invece, ci ha chiamato per ringraziarci. È stato molto importante.

Ovviamente, è stato un passaggio fondamentale anche dal punto di vista giuridico perché questa sentenza interpreta in modo estensivo quello che ha stabilito la Corte Costituzionale, ovvero che anche chi non è attaccato a una macchina, ma dipendente da trattamenti farmacologici particolarmente determinanti per rimanere in vita, ha diritto a decidere della fine della propria esistenza”.

Ancora, però, non c’è una legge. Quali sono le conseguenze di questo “vuoto legislativo”?

“Ci sono due aspetti da considerare in merito all’inerzia del Parlamento. Il primo è che, in assenza della legge, manca l’applicazione pratica dei diritti conquistati per via giurisprudenziale. Non si può pensare di passare ogni volta da processi e sentenze per ogni singolo caso. Il diritto c’è sulla carta ma non esistono garanzie e procedure tali che ne consentano l’accessibilità.

Il secondo aspetto riguarda la tipologia dei malati che ancora rimangono fuori dai casi introdotti dalla Corte Costituzionale, ovvero le persone che non dipendono da trattamenti sanitari ma ugualmente in condizioni di malattia irreversibile e di sofferenza insopportabile. L’esempio più comune sono i malati terminali di cancro, che sono differenti dai malati di malattie neurodegenerative perché non sono attaccati a macchine né dipendono da trattamenti farmacologici, anzi spesso il trattamento viene sospeso. Per loro, nel caso in cui ci fosse la volontà di avvicinare la propria morte per terminare le sofferenze insopportabili, non c’è la possibilità di accedere legalmente a eutanasia e suicidio assistito, come invece in Olanda e Belgio. È un punto che rimane da conquistare.

Noi il 13 settembre 2013 abbiamo presentato la proposta di legge di iniziativa popolare per l’eutanasia legale, ma ancora non è stata discussa.

Ma il punto è che non siamo noi a chiedere un’azione, non pretendiamo che il Parlamento si schieri dalla nostra parte, è la Corte Costituzionale stessa a chiedere di agire al Parlamento, sulla base della tutela dei diritti costituzionali. La Corte ha stabilito dei principi, ma il Parlamento deve renderli applicabili, stabilire regole, garanzie, procedure e tempi. Per questo i giochini dei partiti sono inaccettabili”.

Questa sentenza sembra aver creato meno scompiglio politico della precedente. Come mai?

“Il fronte dei fortemente contrari a una legge sull’eutanasia ha cambiato strategia. Con il caso di Fabiano e la legge sul testamento biologico i contrari hanno perso la battaglia di principio e la battaglia sull’opinione pubblica. Anche i sondaggi mostrano che c’è consapevolezza sul tema (anche se non si può prevedere nel breve termine se ci saranno ribaltamenti o no). Questo fronte, quindi, ha rinunciato al tentativo di scontro frontale, come accadde sull’aborto, e lo scontro viene spostato sul piano del boicottaggio concreto.

Tutti avrebbero diritto, ma se nessuno sa come fare, se non ci sono procedure, garanzie, tempi certi, solo un’esigua parte di persone con certi mezzi, certe risorse, trovano la strada. Non è alla portata di mano delle persone. La strategia dei contrari è quindi cambiata: meglio non alzare i toni ed evitare che se ne discuta”.

Dopo questa sentenza, secondo lei, si sbloccherà questo stallo?

“Non è detto. È sicuramente un passo avanti, ma potrebbe essere anche un alibi dietro a cui nascondersi.

Da una parte, i parlamentari contrari alla legge continuano a ‘perdere’ nelle aule di tribunale, ma considerano tali casi appunto ‘casi singoli’ e non hanno alcun interesse a discutere una legge, mettendo in pratica la strategia di cui parlavo prima, che consiste nell’evitare lo scontro diretto.

Dall’altra, i parlamentari favorevoli si nascondono dietro alla decisione dei giudici, che hanno eliminato la proibizione assoluta creando precedenti importanti, constatando che la situazione sta migliorando e quindi, seguendo gli ordini dei capi di partito (che non vogliono avere problemi su temi così divisivi), si tengono lontani dall’entrare nel merito, come se non ci fosse più l’urgenza.

Rimane quindi alto il rischio dello stallo, con il continuo scaricamento della responsabilità”.

Cosa farete, quindi, adesso?

“Noi con l’associazione continuiamo l’azione di disobbedienza civile. Ci contattano più di 2 persone al giorno per avere informazioni, chiedendo cosa si può fare in Italia, cosa in Svizzera, per chiedere consigli e supporto. Sono ancora tantissimi i casi delle persone che hanno teoricamente diritto e non riescono a trovare risposte. La Corte Costituzionale afferma che bisognerebbe poterlo fare all’interno del servizio sanitario nazionale, ma questo diritto non è ancora applicabile. Noi continuano a dare informazioni e se ci saranno dei casi in cui servirà un aiuto materiale in disobbedienza civile andremo avanti”.

Per quanto riguarda la sanità, secondo lei l’emergenza Coronavirus ha aumentato la consapevolezza dell’importanza degli investimenti sulla ricerca?

“Purtroppo non mi sembra che questa consapevolezza si sia tradotta finora in azioni concrete. Si parla molto dell’importanza di non ridurre le spese sanitarie, ed è giusto, ma qui non si tratta solamente di non ridurre le spese, ma di fare veri e propri investimenti sulla ricerca medico scientifica.

C’è un obiettivo europeo del 3% del PIL, in Italia è meno della metà. Non mi sembra che nessuno dei decreti finora emanati contenga priorità in questo senso. 

Ci sono questioni, come il potenziamento della medicina di prossimità e della cura della cronicità, che implicherebbero il riorientamento della sanità che andrebbe a discapito delle grandi strutture ospedaliere. È il problema che il Coronavirus ha fatto esplodere. Si è visto come mancano la prevenzione, l’assistenza psicologica e psichiatrica. Inoltre, non si dovrebbe parlare solo di entità ma anche del tipo di investimenti. Si invocano più spese, ma una trasformazione significherebbe la perdita di potere della politica sul sistema sanitario (attraverso per esempio le nomine dei dirigenti) e per questo passaggio il sistema non è ancora pronto”.

Gaia Ammirati

[Credit Photo: Aleandro Biagianti, www.associazionelucacoscioni.it]

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