Martina Rossi: Cassazione, terminata l’udienza. Parla la difesa degli imputati. “Nessun elemento di certezza”

Giudiziaria Imperia

Le parole degli avvocati di uno degli imputati a processo per la morte di Martina Rossi. La sentenza di Cassazione è prevista in tarda serata.

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Non c’è nessun elemento di giudizio certo. Abbiamo sottolineato come la Corte di Firenze abbia accertato che non c’è alcun elemento di certezza. Queste le parole degli avvocati difensori di Luca Vanneschi (uno dei due imputati, insieme ad Alessandro Albertoni a processo per la morte di Martina Rossi, la 20enne imperiese, caduta dal sesto piano dell’Hotel Sant’Ana di Palma di Maiorca nel 2011), al termine dell’udienza alla Corte di Cassazione di Roma.

Ora, i giudici della Corte Suprema si sono riuniti in Camera di Consiglio e bisognerà attendere ancora diverse ore prima del verdetto che potrebbe confermare oppure annullare l’assoluzione dei due imputati pronunciata dalla Corte di Appello di Firenze.

Aldo D’Arco, psichiatra, consulente della difesa

Lei si è soffermato molto sui precedenti di Martina. Ha tenuto conto della presenza dei genitori in aula?

Giuridicamente non c’era niente, nessun elemento di giudizio certo. Questo era un giudizio sugli indizi che non ha avuto nessuna elemento di certezza acquisito. La Corte di Firenze ha accertato che non c’è alcun elemento di certezza. 

Questo è stato il giudizio globale che ha confermato dopo l’esame dei singoli elementi del processo. È stata la corte fiorentina, noi non abbiamo fatto altro che sottolineare come la corte fiorentina abbia compiuto i due percorsi ed abbia confermato l’inesistenza dei singoli elementi”.

Richiamare la delusione amorosa di Martina era per dimostrare che si fosse trattato di un suicidio?

“No, non necessariamente. La storia di ognuno è una storia individuale. Lei aveva la sua storia, che forse può aver influito sulla sua decisione di quegli attimi”.

L’altro difensore dell’altro imputato ha detto di aver chiesto l’annullo del rinvio. Siete su posizioni diverse?

“No, assolutamente no. Ha chiesto l’inammissibilità e la conferma della sentenza di Appello. Se ci fosse un rinvio, è chiaro che nel rinvio sosterremmo le medesime tesi che vi ho illustrato. Sono quelle della corte fiorentina.

La sentenza di primo grado è sostanzialmente il giudizio della corte di Firenze che non è stato acquisito alcun indizio certo per cui c’è un articolo del codice di procedura penale che implica che gli indizi non possono essere presi in esame a meno che non siano certi, precisi e concordanti.

La corte di Firenze ha detto che non c’era alcun elemento certo, preciso e concordante. Questo riesame , che è stato compiuto da parte nostra come da parte di tutti era sulla certezza precisione e concordanza degli indizi. Questo era il giudizio di Cassazione. Qui discutiamo della legittimità, non sul fatto. I fatti sono stati valutati”.

Non è indelicato entrare nel vissuto di Martina?

“Stiamo facendo un processo penale. L’imputato non ha la possibilità di presentare le proprie tesi? Abbiamo la convinzione ferma che la causalità di questo evento vada ricercata all’interno del vissuto degli ultimi tre anni di questa ragazza. Questa è stata la nostra tesi difensiva. 

In Corte di Cassazione l’imputato è la sentenza, non le persone. Qui è stata richiesta una valutazione in fatto. La valutazione l’ha fatta la corte di primo grado ed è stata ribaltata dalla corte di appello. 

I ricorsi della parte civile e procura generale sono stati tutti in fatto, quindi abbiamo affrontato in fatto. Pretendere di fare un terzo grado di giudizio, che in Italia non esiste, non si può fare. Se affronti degli argomenti in fatto, è normale che la difesa debba necessariamente toccare anche quegli elementi in fatto. Gli argomenti sono stati toccati prima da procura generale e parte civile, e noi abbiamo risposto. Voi giornalisti avete un’idea preconcetta, non legata alla legittimità del diritto”.

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