Imperia: anagrafe antifascista, Consiglio boccia proposta. Parla l’Associazione Culturale Michele de Tommaso. “Difficile coglierne la logica”

Attualità Imperia

l’Associazione Culturale Michele de Tommaso interviene in merito alla decisione del Comune di Imperia di non aderire alla Carta Antifascista. Il consiglio comunale, lo scorso 27 maggio, ha bocciato la mozione presentata dal PD e dal consigliere Fabrizio Risso.

Imperia: anagrafe antifascista, Consiglio boccia proposta. Parla l’Associazione Culturale Michele de Tommaso

L’Anagrafe Antifascista è una comunità virtuale nazionale che ha lo scopo di riaffermare “l’impegno al rispetto e all’applicazione dei principi e dei valori della Costituzione” L’iniziativa è partita dal Sindaco di Stazzema, nelle cui vicinanze nel 1944 i nazisti, supportati dai fascisti del luogo, perpetrano un eccidio di civili che causarono 560 morti (di cui 130 bambini). Già numerose sono città, associazioni, singoli cittadini che hanno sottoscritto questa carta.

Imperia no, il consiglio ha respinto la mozione a larghissima maggioranza, solo tre sono stati i voti a favore. La cosa potrebbe non stupire, ma ciò che sconcerta sono soprattutto le motivazioni espresse per giustificare questo rifiuto, che sono state riportate da Imperia Post, di cui io mi limiterò a indicare, per ragioni di spazio, il risultato conclusivo. Tralascio però, per la sua palese irrilevanza, il discorso di Davide La Monica, che farnetica di “iniziativa demagogica”, attribuendola alla “sinistra radical-chic”, “ai comunisti con Rolex al polso, Ferrari in garage, “terrazza con vista su Portofino”, e così via.
A parte questo e in sintesi, mi sembra che ciò che ha portato il Consiglio comunale a bocciare la mozione si riassuma in questi punti:

  1. La mozione per Daniele Ciccione è “condivisibile”, ma “sterile” perché “rischia di ridurre i valori dell’antifascismo a poco più di una campagna marketing sui social”.
  2. Per Monica Gatti l’adesione all’Anagrafe Antifascista non è necessaria, perché “gli ideali antifascisti sono già parte culturale di ognuno di noi. L’antifascismo è un marchio di questa terra”.
  3. Sulla stessa linea di pensiero è anche il Sindaco Scajola, che dopo aver ribadito che l’antifascismo è parte della nostra storia, aggiunge un’osservazione: questa mozione è “divisiva”.

Una campagna di marketing è volta a convincere qualcuno ad acquistare un prodotto o un servizio. L’antifascismo non è un prodotto, è appunto un “valore”, un modo di pensare e di agire secondo i principi fondamentali della Costituzione italiana e sono questi principi e non altri ad essere “avvantaggiati” dalla sua approvazione. E quanto più questo “valore” troverà strade diverse per diffondersi e manifestarsi unendo sempre più istituzioni, uomini e donne, gruppi, associazioni che in esso si riconoscono, tanto più esso genererà consapevolezza. La sua eventuale “sterilità” non sta nella diffusione sui social, ma in chi la condivide e non la sottoscrive.

Siamo già antifascisti, non abbiamo bisogno di sottoscrivere alcuna dichiarazione.

Sorvolo su questo ragionamento perché mi riesce difficile coglierne la logica. Forse sta nel fatto che appare un’operazione politica finalizzata a distinguere i “buoni” dai “cattivi”, oppure perché la “forma e il modo” non ci piacciono, come dice il Sindaco Scajola, oppure ancora perché manca di “concretezza”. Il Comune ha da tempo approvato la messa in opera delle pietre di inciampo per ricordare i 19 imperiesi deportati e deceduti nei lager nazisti. Ottima cosa, e concreta. Ma non meno concreta è la proposta di una Carta antifascista che riguarda non soltanto il passato ma anche il presente, “questo” presente nel quale gesti, comportamenti, proclami apertamente fascisti che si traducono in manifestazioni di intolleranza, e discriminazione sono sempre più liberi di diffondersi.

Questa mozione è “divisiva”, dice il Sindaco, divide invece di unire. Da molti anni, ogni tanto riemerge la necessità di una “memoria condivisa” da fascisti e antifascisti in particolare per quanto riguarda il periodo 1943-194. Ciò significa,in breve, mettere sullo stesso piano morale la guerra dei partigiani e quella dei fascisti di Salò. Ma, come ha scritto Agnes Heller, filosofa francese, “si può autenticamente dimenticare solo se prima si è autenticamente ricordato”.

E mi pare che l’appello ad una memoria condivisa, così come fino ad oggi è stata presentata, consista invece nel proposito di affermare un riconoscimento speculare e una reciproca legittimazione tra fascisti e antifascisti per quella che Claudio Pavone ha chiamato “la guerra civile” italiana. Che sarebbe una memoria di compromesso e non di condivisione. Tutti i morti sono uguali, è vero, ma diverse sono le ragioni per vivere e morire. Morire per Hitler e Mussolini, per la purezza della razza e per i campi di concentramento non è la stessa cosa che morire immaginando una società di uomini liberi e uguali. Che cosa hanno di compatibile i valori della guerra partigiana con i valori delle brigate fasciste che spalleggiavano i soldati nazisti nell’opera di repressione e di rastrellamento di ebrei e antifascisti?

Ricordare autenticamente significa prendere atto della totale incompatibilità del fascismo con i principi etici e politici di una società democratica e qualsiasi proposta, come quella di una Carta Antifascista non può che essere, per fortuna, “divisiva”, nel senso che sui principi e sui valori non può esserci contrattazione, non si può giocare al ribasso. Altrimenti c’è il rischio che, per il timore di essere divisivi, si finisca per accettare come non-divisiva la proposta di quel sindaco che ha potuto dichiarare, senza vergognarsi, che avrebbe concesso la cittadinanza onoraria a Liliana Segre soltanto se avesse potuto intitolare una strada a Giorgio Almirante, redattore della famigerata rivista antisemita “La difesa della razza”.