Imperia: violenza contro le donne, parla il Magistrato Maria Paola Marrali. “Sino a 30 notizie di reato al mese. Non basta la repressione, bisogna cambiare la cultura”

Attualità Imperia

Maria Paola Marrali è il Magistrato simbolo, presso la Procura di Imperia, della lotta contro la violenza di genere.

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Centotre donne uccise dall’inizio del 2021. Un bilancio drammatico, su cui riflettere, per arginare un fenomeno come la violenza di genere sempre più diffuso. In occasione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne, ImperiaPost ha intervistato il Pubblico Ministero Maria Paola Marrali, simbolo, presso la Procura di Imperia, della lotta contro la violenza di genere.

Ieri, 24 novembre, ha tenuto una lezione all’Arma dei Carabinieri sulla riforma Cartabia, un aggiornamento fondamentale per permettere alle forze dell’ordine di mantenersi sempre informate nell’azione di tutela delle fasce deboli.

Imperia: violenza contro le donne, intervista al Pm Maria Paola Marrali

Dott.ssa Marrali, partiamo da Imperia. La nostra provincia come contrasta la violenza di genere?

“A Imperia cerchiamo di fare il nostro dovere nel miglior modo possibile. Ci sono 4 magistrati, me compresa, che si occupano della tutela delle fasce deboli, unitamente a una sezione di polizia giudiziaria interamente dedicata. All’esterno del Tribunale la Squadra Mobile della Polizia ha un ufficio competente, incaricato di occuparsi dei reati contro le fasce deboli, lo stesso vale per i Carabinieri. Ci sono gli sportelli antiviolenza, per aiutare le donne non tanto a denunciare quanto a prendere coscienza, i punti di ascolto, con psicologi, nelle scuole, le segnalazioni dei servizi sociali, la collaborazione degli Ospedali che segnalano situazioni anomale, ad esempio referti reiterati di lesioni, giustificati come cadute accidentali. Insomma, mettiamo in campo forze importanti”.

Femminicidio di Ventimiglia. La morte di Sharon Micheletti ha scosso l’intera provincia, la stessa Procura ha ricevuto qualche critica. Si poteva fare di più?

“Non penso ci siano stati deficit da parte dei Carabinieri o della Procura. Purtroppo, a volte, ci troviamo di fronte a situazioni imprevedibili. La vittima aveva segnalato una situazione di disagio, poi sfuggita al nostro controllo. Non si possono sempre emettere misure cautelari, che per altro spesso è possibile violare. Ci siamo confrontati a lungo sul caso di Sharon, glielo posso assicurare. Abbiamo ripercorso più e più volte tutta la vicenda. Non potevamo dare una risposta diversa che avrebbe potuto in qualche modo evitare quello che è accaduto. Non crediamo di non avere alcuna responsabilità. Certamente rimane l’amarezza per un dramma terribile”.

Qual è il ruolo della Procura nella lotta alla violenza contro le donne?

“Chiedere ai magistrati di intervenire davanti alla commissione di reati è un approccio solo parziale a un problema che ha radici ben più profonde, culturali. La repressione è doverosa, certamente, ma non ci si può limitare solo a quella. A partire dalla scuola, occorrerebbe sensibilizzare i più giovani, ragazzi e ragazze, su un tema così delicato come la violenza di genere e la violenza domestica. Spiegare che certi comportamenti non sono accettabili”

Ha parlato di radici culturali, quali?

“Purtroppo ci sono retaggi culturali che ci portano a giudicare comportamenti non corretti come accettabili. Comportamenti che troppo spesso vengono liquidati come normali dinamiche di una coppia, ma non è così. E’ su questi aspetti che bisogna sensibilizzare l’opinione pubblica. Credo comunque che la situazione, rispetto ad alcuni anni fa, stia migliorando, per lo meno nella consapevolezza delle vittime. L’aumento delle denunce ne è una prova”.

Ci sono però ancora molte donne che non denunciano.

“Non mi sento di dire che il fenomeno delle donne che non denunciano le violenze sia così diffuso. In realtà, molte persone denunciano. A Imperia iscriviamo fino a 30 notizie di reato al mese per quel che riguarda le violenze di genere”.

Quali sono le procedure che si attivano dopo la presentazione di una denuncia?

“Dopo la denuncia alle forze dell’ordine si attiva immediatamente il protocollo ‘Codice Rosso’. Viene avvisato il Pubblico Ministero di turno che è stata presentata una denuncia per un reato da ‘Codice Rosso’. Il Pm dispone la trasmissione della notizia di reato entro le ore 12 del giorno seguente e, una volta presa visione della denuncia, se necessario, dispone l’audizione della parte offesa entro 3 giorni. Non è pero qualcosa di automatico. La persona offesa potrebbe anche non essere sentita per evitarle ulteriore stress o per non inficiare le indagini. Contestualmente, il Magistrato chiede anche, in base alla gravità della situazione, eventuali misure cautelari”.

Quali sono le misure cautelari previste?

“Si va dal divieto di avvicinamento all’allontanamento dalla casa famigliare, sino a misure cautelari che limitano la libertà, come gli arresti domiciliari o il carcere. Da questo punto di vista possiamo contare su giudici preparati e attenti. L’obiettivo è sempre quello di tutelare la parte offesa.

Contestualmente ai provvedimenti cautelari c’è tutta l’attività di sostegno alle vittime. L’appoggio del centro antiviolenza, la collocazione in un contesto extrafamiliare, la presenza di psicologi e professionisti, grazie alla collaborazione con l’Asl, al fianco della parte offesa durante le audizioni. Le vittime, soprattutto nei casi in cui intervengono le forze dell’ordine, vengono sentite anche due volte. Non solo sul momento, ma anche successivamente. Il secondo colloquio avviene in ambienti protetti”.

Negli ultimi anni non sono mancate sentenze molto discusse, soprattutto sui giornali, in materia di violenza di genere. Lei cosa ne pensa?

“Io credo che sia criticabile soprattutto la pubblicazione di queste sentenze. Troppo spesso vengono estrapolati solo dei passaggi che, se decontestualizzati, hanno significati diversi, forieri di cattive interpretazioni”.

Si parla molto spesso di ‘tragedie annunciate’ in relazione ai femminicidi.

“Alla cronaca, ai giornali, arriva solo il fatto accaduto. Ci si interroga e ci si indigna sempre sulle cosiddette tragedie annunciate, ma non ci si domanda mai quante sono state evitate e non sono finite sui giornali. E vi assicuro che sono tante. Purtroppo ci sono situazioni davanti alle quali non si può fare niente”

Spesso capita che le donne vittime di violenza vengano accusate per i loro atteggiamenti o per il loro modo di vestire, quasi a far intendere di essere loro ad aver provocato reazioni scomposte negli uomini.

“Credo sia un comportamento senza dignità. Noi, come Magistrati, mai abbiamo chiesto come fosse vestita una ragazza e nelle aule di giustizia, in tutti i processi di violenza sessuale di cui mi sono occupata, frasi e allusioni di questo genere non sono concesse dai giudici. Ho notato con piacere che, rispetto a diversi anni fa, quando approcci di questo genere erano in uso anche tra gli avvocati, sono stati abbandonati. Comportamenti simili sono indegni”.

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