G8 Genova: a Imperia l’ex magistrato Roberto Settembre. “Scajola non poteva non sapere delle violenze. Purtroppo sono sempre i deboli a rimetterci”/ Video

Attualità Cultura e manifestazioni Imperia

Il Ministro dell’epoca era un soggetto che per usare una locuzione cara ai Tribunali “non poteva non sapere”. Detto questo, chi poteva non sapere può sempre fornire la prova di non aver saputo. L’indignazione del cittadino è questa: come è possibile che tu davanti a un evento di questa gravità ti possa trincerare dietro a questo fatto? Ammettiamo pure che tu non avessi saputo, una volta venuto a conoscenza di questi fatti, hai il dovere morale di prendere delle posizioni che non vennero prese. Lo ha affermato Roberto Settembre, giudice estensore della sentenza di Appello nel processo per le violenze e le torture  contro i manifestanti avvenute all’interno della Caserma di Bolzaneto nell’ambito del G8 di Genova nel 2001, ospite a Imperia per presentare il suo ultimo libro “L’avvocato argentino”.

L’incontro è stato promosso da CSVpolis, realizzato dalle Associazioni ApertaMente Imperia e Famiglie Arcobaleno, con la collaborazione della Libreria Ragazzi.

G8 Genova, a Imperia l’ex magistrato Roberto Settembre

È a Imperia per presentare il suo nuovo libro “L’avvocato Argentino”, di cosa parla?

“È un thriller storico-filosofico. Racconta una storia che parte dall’Argentina della dittatura, passa per Milano negli anni 90 e arriva a Zurigo negli anni del 2015. Il protagonista è un avvocato a cui è stata sterminata la famiglia, è riuscito a fuggire a Milano e verrà ricondotto a Buenos Aires.

La storia gira intorno a due punti cardinali. Uno è la memoria della vita affettiva e familiare del protagonista, l’aspetto più letterario del romanzo, l’altro attiene invece al significato della funzione dell’avvocato, quando la sua funzione sta nell’ombra. La funzione dell’avvocato è sostanzialmente equivoca, non in senso negativo. L’avvocato civilista illumina con la sua luce un oggetto sul quale il giudice dovrà lavorare. C’è tutta una parte in ombra che il giudice non conoscerà mai. Alcune delle decisioni del giudice sono prese sulla scorta degli elementi che arrivano dalla luce dell’avvocato che possono nascondere delle cose che il giudice non conoscerà mai. La sentenza può essere anche ingiusta per questo motivo. Questo avvocato ha lavorato a Buenos Aires per conto di un corrispondente milanese, probabilmente legato alla P2 di Licio Gelli, in un’epoca terrificante, in cui gli interessi più o meno criminali di alto livello mettevano in relazione il Sud America con l’Italia e anche con il Nord America. Terzo elemento è il rapporto con la storia e la ricostruzione della storia, cioè in che modo gli eventi vengono rivisitati da chi li vuole rivisitare secondo alcuni parametri oppure secondo altri. C’è un cenno pregnante sul negazionismo storico”.

Lei è stato giudice estensivo della Corte d’Appello per le violenze nella caserma di Bolzaneto nell’ambito del G8 del 2001 a Genova. Cosa le è rimasto di quegli eventi?

“Mi sono fatto l’idea che purtroppo l’uomo non è un animale pacifico e le istituzioni se ne dimenticano spesso e si muovono secondo istinti di varia natura. Quando si mettono insieme alcuni interessi e alcune ostilità i più deboli ci rimettono e la giustizia non necessariamente è giusta perchè è strutturata su parametri che non coincidono con le esigenze del bene.

È molto importante che il giudice faccia il suo mestiere, indipendentemente dal fatto che facendo il suo mestiere possa ottenere i risultati che le persone possono attendersi. Ognuno ha una sua esigenza di giustizia, ovvero avere il riconoscimento esterno a sè che la propria vicenda non deve passare sotto silenzio se è una vicenda particolarmente eclatante. Il giudice deve sapere che le persone si attendono dalla giustizia una forma di riconoscimento. Da una parte l’inefficienza della giustizia e il fatto che la sua struttura sia incongrua rispetto ad alcuni bisogni è la considerazione negativa, la considerazione positiva è il fatto che ci sia qualcuno che mi dà ascolto e che questo ascolto ha una sorta di risonanza al di fuori dell’orecchio che mi ha sentito. Questo è il senso della pubblicità della sentenza, del processo, del fato che la stampa faccia il suo lavoro. Questo è importante affinché le persone coinvolte in qualcosa di più grande di loro sappiano di non essere sole.

La sentenza l’ho scritta molto tempo dopo i fatti del 2001, l’ho scritta nel 2008-2009. Non c’era pressione del momento, se mai c’era una pressione morale: se è necessario indagare determinati eventi, scoprire delle umanità sofferenti o che hanno sbagliato, metterli in relazione una con l’altra, per arrivare a dare una risposta all’esigenza di ascolto, questa è la funzione. Questo giustifica anche molto sacrificio personale”.

Ha scritto anche un libro sull’argomento e ha usato parole molto dure nei confronti di Claudio Scajola, all’epoca dei fatti Ministro dell’Interno. Può spiegarci meglio?

“A suo tempo quando dovetti occuparmi di quei fatti ricavai delle informazioni che mi servirono per spiegare e analizzare l’esistenza di reati più o meno prescritti, e soprattutto il link tra questi eventi e le responsabilità o politiche o non politiche di chi aveva consentito che questi eventi si verificassero. Il Ministro dell’epoca era un soggetto che per usare una locuzione cara ai Tribunali “non poteva non sapere”. Detto questo, chi poteva non sapere può sempre fornire la prova di non aver saputo. L’indignazione del cittadino è questa: come è possibile che tu davanti a un evento di questa gravità ti possa trincerare dietro a questo fatto? Ammettiamo pure che tu non avessi saputo, una volta venuto a conoscenza di questi fatti, hai il dovere morale di prendere delle posizioni che non vennero prese. Il senso della durezza delle mie parole riguardavano l’aspetto etico del problema. Non potevo diventare giudice di qualcosa di cui non ero stato investito di indagare e decidere. Ma come cittadino probabilmente più consapevole di altre avevo il mio dovere morale di dire dal punto di vista etico che queste cose sono sbagliate”.