PROCESSO PORTO DI IMPERIA – IL PM AVENATI BASSI: “CALTAGIRONE, UN PALAZZINARO ROMANO CHE HA COMPIUTO UN DELITTO ENORME”/LA REQUISITORIA

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IMPERIA – Ecco le ultime tre spiegazioni delle cinque contestazioni che il Pubblico Ministero Giancarlo Avenati ha mosso a vario titolo agli imputati del processo relativo al porto turistico di Imperia. 
LA REQUISITORIA:
“Era necessaria una gara pubblica per individuare il costruttore. In questo caso il general contractor si propone come soggetto che cercherà il costruttore e deve farlo tramite gara. La realizzazione del porto turistico è un’opera pubblica e si tratta della gestione di un servizio pubblico. La Porto di Imperia SPA è investita della costruzione e della gestione di un’opera pubblica, si sostituisce alla pubblica amministrazione. Lo conferma la Cassazione, Sezioni Unite, del 1991, in merito alla Marina di Castellone Srl, definendo come opera pubblica l’opera realizzata sul demanio marittimo. Anche il Consiglio di Stato, nel 2005, conferma la stessa tesi. Il concessionario si sostituisce alla pubblica amministrazione ed esercita tutte le funzioni pubbliche. La Porto di Imperia SPA ha concluso il contratto a condizioni infauste, da li la truffa. Prima Caltagirone è entrato su invito alla festa, poi i lavori sono stati assegnati senza gara. Tutti questi aspetti rendono impossibile la definizione di un prezzo giusto. Tutto è stato fatto in modo tale che non ci fosse nessuna trasparenza. Non si possono cambiare gli importi, i costi, a proprio piacimento”.
“C’è però il parere di Carlea, ex direttore dell’Autorita di Vigilanza dei Lavori Pubblici. Non configura l’obbligo di un contratto di appalto per la realizzazione dei lavori. Ma è un parere che vale quello che vale. La stessa dott.ssa Cirillo (funzionaria dell’Autorità di Vigilanza dei Lavori Pubblici, ndr), che ha scritto il parere, ma non l’ha firmato, ha detto lei stessa che non lo avrebbe fatto nello stesso modo, che lo avrebbe sottoposto al consiglio, l’organo deliberante. La dott.ssa Cirillo aveva chiesto come era entrata l’Acquamare nella Porto di Imperia SPA prima di emettere un parere. La riposta, però, non é mai arrivata. Tant’è che il parere porta la firma di Carlea e non dell’Autorità di Vigilanza. Un parere che va preso con le pinze, perché all’Autorità non viene raccontato niente. In sede di deposizione sia Carlea che la dott.ssa Cirillo raccontano di aver scoperto molte cose nel corso del processo. Non era stati informati. Ad esempio non sapevano che l’Acquamare non costruisse direttamente l’opera, ma fungesse dal general contractor. L’attuale direttore dell’Autorità in sede di deposizione ha dichiarato che la richiesta di parere è ancora in fase di valutazione. È una vergogna, ma oltre a essere una vergogna dimostra come fosse difficile esprimere un parere e che il parere di Carlea vale quello che vale. Chi voleva ottenere il parere di Carlea, non voleva un parere, ma un lasciapassare. Sono passi alla frontiera con il viso coperto”.
“La Porto di Imperia SPA o costruiva direttamente o faceva costruire l’Acquamare. Con una subconcessione o con un general contractor erano necessari o un bando o una gara d’appalto. Niente di tutto questo è stato fatto. Non è stata fatta indetta una gara ne per l’ingresso dell’Acquamare, ne per l’affidamento della concessione, ne per l’affidamento dei lavori. E poi ci si stupisce che sia andato tutto a rotoli? In Italia c’è l’idea che le regole si possano non rispettare. Chi non era amico del Ministro non era destinataria di una proposta, non poteva entrare nel progetto porto. Se si fosse fatta una gara, dico la verità, avremmo detto che era truccata. Perché tutti sapevano già che ci sarebbe stata una variante. I tecnici lavoravano alla variante ancora prima che l’Acquamare avesse i lavori in affidamento. Sapevano di poter modificare a proprio piacimento i computi metrici. Dopo aver raso al suolo tutti controlli, ci stupiamo che sia entrato il pirata”.
 
“La Porto di Imperia SPA é come una signora dell’alta borghesia che riesce a far fruttare a costo zero quello che ha nel suo patrimonio. Si fa costruire un palazzo sul suo terreno e in cambio ottiene il terrazzo. È una permuta cosa c’entrano i costi? Questa la frase che abbiamo sentito per mesi dal banco degli imputati. Ma vi do un scoop. Non si tratta di una permuta. La permuta è quando io ti do una cosa e tu me ne dai un’altra. Quando io ti assegno un appalto, ti nomino general contractor per 160 milioni di euro, ti vendo i diritto di utilizzo del porto per il 70% e firmo un accordo collegato nel quale dico che compensiamo non c’è una permuta, perché nella permuta non esiste compensazione. Se si parla di compensazione ci sono un debito e un credito. L’appalto valeva realmente 160 milioni di euro? La cessione dei diritti valeva 160 milioni di euro? La compensazione è giusta o no? Il dott. Ramone, incaricato dal Comune di Imperia di valutare la partecipazione del Comune all’interno della Porto di Imperia SPA per vendere le proprie azioni, nella sua relazione non parla di permuta, ma di ‘ipotesi molto vicina a una permuta’”. Degl’Innocenti nel suo esame racconta che prima si è determinato il valore dell’appalto e si è dato un valore uguale ai diritti di utilizzo. In realtà si sarebbe dovuto stabilire un valore per l’appalto, un valore per i diritti di utilizzo e poi calcolare la permuta”.
“Ho sentito dire spesso che la Porto di Imperia SPA non ha tirato fuori soldi. Ma viva Dio, come si può dire una cosa simile? Ha concesso il 70% del diritto di utilizzo dei suoi beni. Dire che non ha tirato fuori i soldi, è un’affermazione rozza e non basta una cravatta per renderla elegante. È come se un Commissario di Polizia arrivasse sul luogo di un furto e constatasse il furto di un Kandinskij, ma dicesse al proprietario: ‘Cosa vuole che sia, non ha mica pagato nulla’”.
“I costi incidono sul calcolo del valore della permuta. Per valutare la congruità della permuta l’unico modo è confrontare costi e ricavi. Qui non è che ci siamo inventati tutto. Voglio spendere due parole in difesa dell’inquirente che ha lavorato prima di me sul caso porto e che è stata fortemente criticata. Non c’è nessuno influenza femminista, nessun attacco al povero costruttore del porto di Imperia”.
“Noi abbiamo un porto da costruire e abbiamo un computo metrico per calcolare la durata della concessione. Questo computo metrico fa acqua da tutte le parti, non si può neanche definire computo metrico, manca addirittura un rinvio alle tavole. Mancano anche i progetti esecutivi, che servono per stabilire le quantità dei materiali impiegati. Neanche la stessa Porto di Imperia SPA ha gli esecutivi. Si tratta dello stesso iter anche per quanto concerne il porto di Fiumicino. I lavori sono stati affidati alla società Acquatirrena, senza progetti esecutivi”.
“C’è poi il ricorso sistematico a nuovi prezzi. I nuovi prezzi sono prezzi fuori dal prezzario, che rendono impossibile il calcolo delle quantità e della tipologia dei materiali. Il 60% delle voci è indicata da nuovi prezzi sui quali è impossibile esprimersi. Non abbiamo dunque potuto esprimerci sul 60% dei costi. La Hall del mare sono tutti nuovi prezzi, ma anche tante opere minori, un laghetto, delle ringhiere”.
“Non esiste nessun elaborato relativo agli impianti. Il progetto del porto turistico è stato modificato, ma nella relativa documentazione, incredibile ma vero, il computo metrico dell’impianto elettrico è costituito da una fotocopia dell’impianto antecedente la variante. Neanche è stato fatto lo sforzo di adeguare sui computi metrici l’impianto elettrico al nuovo progetto. La variante, inoltre, é stata presentata a lavori già iniziati. Nella variante sono elencati anche interventi già fatti. Tutto il prezzario viene rifatto nella variante. La variante dovrebbe modificare solo una parte e non tutto il porto a 4 mesi dall’inizio dei lavori. Non c’è neanche un bilancio consuntivo a quanto già realizzato. Per chi era preposto a controllare, certo, ci sono delle responsabilità spaventose”.
Ci troviamo di fronte a una stagnazione dei costi imbarazzante. Ci sono incongruenze spaventose. Arriviamo a dire che i costi di riferimento per il nostro calcolo sono pari a 115 milioni di euro nonostante le fatture non si trovino. Certamente i costi non sono i 21 milioni di euro ipotizzati dalla Procura della Repubblica di Imperia, ma neanche così alti come dicono gli imputati. I costi sono aumentati per giustificare l’aumento dei ricavi, per evitare che la durata della concessione fosse rivista. Proprio il demanio aveva posto seri dubbi in conferenza dei servizi sul piano economico finanziario, sospendendo il parere. I ricavi, invece sono pari a 445 milioni di euro. Di questi 445 milioni di euro, 300 sono per i posti barca. La parte ricca di questa operazione è rappresentata chiaramente dai posto barca”.
“Peccato, però, che nel 30% destinato alla Porto di Imperia SPA sono previsti solo posti barca relativi alla nautica sociale, i cantieri e il distributore. Alla Porto di Imperia SPA va solo il 15% del commerciale. Vi ricordate la perizia di Ramone? All’interno si legge che vi sono dei paletti per la Porto di Imperia SPA. La Porto di Imperia SPA non avrà posti barca in vendita, ma solo posti barca della nautica sociale. C’è un accordo di non concorrenza tra la Porto di Imperia SPA e l’Acquamare. Il monopolio della vendita dei posti barca è tutto in capo ad Acquamare”. “Quando iniziano i primi dubbi, il Comune richiama l’assessore Leone, perché un paladino del porto di Imperia. Lo impone Scajola a un Comune traballante perché smetta di tentennare di fronte alla vicenda del porto”. “La permuta corretta sarebbe stata del 42% per la Porto di Imperia SPA, invece gli è andato solo il 30%, che poi sarebbe il 24% reale”.
“Ci sono dati completamente falsati. Nell’autorimessa interrata c’è il 40% di cemento in meno. I dati depositati al Genio Civile sono falsi ed è una fortuna che la maggior parte delle opere a terra non sia stata realizzata”. “I periti della difesa, nei calcoli di costi e ricavi, non hanno nulla in mano. Ne i Sal ne i progetti esecutivi. Sono addirittura contabilizzate le cave nautiche in via Scarincio, mai realizzate. Per questo motivo ci sono grandi differenze nei calcoli di costi e ricavi tra accusa e difesa”. “La difesa ha calcolato i ricavi in modo strano. Secondo l’accusa sono pari a 445 milioni di euro, secondo la difesa 123 milioni di euro, di cui solo 43 dai posti barca e 70 dagli altri immobili. Eppure è il posto barca il principale investimento di un porto. La difesa sostiene che la vera remunerazione a Imperia, sul fronte mare, in un porto, sia rappresentata dagli appartamenti. Come si può arrivare a simili conclusioni? In più alla Porto di Imperia SPA va solo il 15% degli appartamenti vendibili”.
“Quella relativa al porto turistico di Imperia è stata un’operazione maldestra. La permuta 24-76 non è congrua, perché tutto va nella direzione del danno alla Porto di Imperia SPA. L’opera non è mai stata finita e, lo devo dire, se fosse stata finita, seppur con il mal di pancia avendo visto questo scempio, non so se si sarebbe fatto un processo. Io stesso non mi ci vedo a valutare se il prezzo è giusto o no a opera conclusa. Ma il punto è proprio questo. Io sono convinto che si volesse lasciare l’opera a questo livello. Siamo davanti a un palazzinaro romano che costruisce alloggi, te li vende e poi se ne va. Costruisce solo la parte che si può vendere, in questo caso i posti barca, e poi basta. Siamo di fronte a una versione del palazzinaro romano geniale, che ha compiuto un delitto enorme. Siamo di fronte a un palazzinaro che decide di farsi fermare, creando una situazione insostenibile. La Commissione di Vigilanza e Collaudo ha fatto di tutto per non vedere. Il terribile Lunghi non è quel talebano della legge come è stato dipinto. È uno che gli hanno fatto ‘Bu’ e ha firmato l’ipoteca. Caltagirone si è trovato di fronte un’amministrazione molla, non insofferente, non intransigente, che si è adeguata a tutto. E quale poteva essere il momento migliore per essere fermati? Il momento in cui si deve restituire il finanziamento bancario. Una volta che è stato portata alla massima espansione la vendita dei posti barca, perché rimanere? Perché rimanere quando è arrivato il momento di costruite le opere a scomputo? Non farle è come evadere un’imposta”. “Questa vicenda nasce come una clessidra che si gira. Appena mettiamo mano al portafoglio, la Commissione ci ferma. Lunghi ci revoca la concessione. I fornitori si arrabbiano. E se io voglio far manbassa di questa operazione, devo avere una permuta tutta a mio favore. È stata una truffa articolata. Quali sono gli elementi su cui baso queste mie conclusioni? I numeri”.
“Mai nella mia vita mi è capitato di vedere un’operazione che non va in porto quando ci sono i soldi per fare non una, non due, ma tre operazioni. Non possiamo fare finta che per un’operazione andata male l’Acquamarcia sia crollata. L’Acquamare ha incasso 125 milioni di euro, se anche ne avesse spesi 80, gliene sarebbero rimasti 60. Ci sarebbe stato da leccarsi le dita, visto che in più ci sarebbe stato anche i 140 milioni di euro di finanziamento delle banche. In totale, dunque, un incasso pari a 280 milioni di euro. Non si può dire che non è stato fatto perché non c’erano i soldi”.
“Cosa è stato pagato nell’operazione porto? Partiamo dall’Acquamare, che ha fatturato 130 milioni di euro alla Peschiera che, a sua volta, ha fatturato alle società di Emanuel Giovagnoli, le prime che hanno realmente eseguito i lavori, 95 milioni di euro. Mettiamo caso, dunque, che la spesa finale sia 95 milioni di euro. Il rapporto sarebbe 280/95. Ci si potevano fare tre porti. Io vorrei (rivolto ai giudici, ndr) che entraste in Camera di Consiglio con questa idea, che Caltagirone fosse in buona fede. Magari è stato semplicemente consigliato male. Questo spiegherebbe tutto. Tornerebbero tutti i conti? Secondo me no, questa storia ha numeri impressionanti. Noi non sappiamo quanto sia stato pagato ed è stato fatto apposta. Quando siamo arrivati al dibattimento abbiamo scoperto che la Save Group e la Cidonio Group. Le ultime ad aver realizzato i lavori nella lunga catena di subappalti, hanno fatturato 63 milioni di euro, 50 la Save. 13 la Cidonio. Il rapporto così diventa 63-280″.
“Tra i truffati ci sono anche le banche, che hanno erogato tutti i finanziamenti e non sono mai rientrate. È stat pagata solo la rata più piccola, la prima. Il debito netto è di 126 milioni di euro all’agosto 2010. Eppure ancora nel 2011 l’Acquamare continua ad incassare, nell’agosto viene ceduto un posto barca per 7 milioni di euro. Ma il debito con le banche resta invariato”. “Il blocco dei lavori arriva nel 2010 e viene accusato Lunghi, un uomo nevrotico e psicologicamente fragile, di aver bloccato le prospettive di ricchezza della città perché impuntatosi, forse per sue questioni personali con Paolo Calzia o Matarazzo. Falsità. Caltagirone si é fermato da solo. Sono ad oggi per tutti le inadempienze di Caltagirone erano dovute alla Procura di Imperia, a Lunghi, quel pazzoide, che si ricorda l’ora esatta e come era vestito, che gli viene la lacrimuccia pensando alla moglie. E qualcuno ha addirittura avuto il coraggio di fare causa a queste persone, visto che potevano solo temere. Ma non è vero niente! Gotti Lega lo ha dichiarato chiaramente, i 40 milioni di euro per finire il porto li avevamo, è stata una scelta aziendale quella di fermarsi. Questa, signori, è una confessione!”.
“In ultimo la contabilità, gli stati di avanzamento lavori (Sal, ndr) e i rapporti con la Commissione. Mettiamo caso che si pensasse che fossero lavori privati. Vi chiedo (ancora rivolto ai giudici, ndr) di entrare in Camera di Consiglio pensando che Caltagirone fosse in buona fede, che pensava realmente di essere in un ambito privatistico. Se fosse così, sarebbe il primo caso di truffa fatta involontariamente. Peccato, però, che il presidente della Commissione di Vigilanza e Collaudo ha spiegato chiaramente che i Sal sono obbligatori anche per le opere private. La contabilità è necessaria alla Commissione perché deve collaudare l’opera per poi introitarla tra 50 anni nei Beni dello Stato. La stima dei costi permette di contabilizzare l’opera per inserirla nel bilancio dello Stato. È davvero imbarazzante il fatto che dobbiamo discutere di queste cose”.
“La Commissione deve calcolare il costo effettivo. Come? Moltiplicando le voci del prezzario con la quantità dei materiali utilizzati. Se certifichiamo un collaudo senza dati certi commettiamo un falso in atto pubblico. Come si può dunque calcolare il costo effettivo con dati contrastanti? La contabilità va tenuta con una cadenza temporale, man mano che i materiali vengono utilizzati. La contabilità o si tiene in corso d’opera o non si tiene. A riguardo Mauceri…L’avvocato Mauceri è un personaggio sordido. Domani ne parlerò è già lo sto pregustando”.
“Ci deve essere un progetto. Uno stato di avanzamento lavori che ci faccia capire a che punto è arrivato il progetto. Un compito che spetta al direttore dei lavori, che però non è in capo alla Porto di Imperia SPA e soprattutto non ha i compiti di gestire la contabilità. Ma perché tutta questa voglia di essere diversi dagli altri? Lo stesso Castellini si stupisce dal fatto che il direttore dei lavori non tenga la contabilità. È Caltagirone che stabiliva gli stati di avanzamento lavori in base alle proprie disponibilità economiche. Ha fatto in modo di arrivare al momento del collaudo parziale senza che l’opera che fosse collaudabile. Caltagirone teneva le percentuali a occhio ha raccontato la Campiteli in sede di deposizione. A occhio? Con un’opera per metà sommersa e per metà interrata? Ma vi rendete conto? Ma come si fa?”.