10 Maggio 2026 07:21

“Amare la Palestina”: l’attivista palestinese Hakema Hasanal a Imperia. “Nonostante le violenze, c’è ancora speranza di libertà e pace”/Foto e Video

Grande partecipazione nel tardo pomeriggio di oggi, 4 dicembre, al Monastero di Santa Chiara di Imperia per l’incontro “Amare la Palestina“, alla presenza di Hakema Hasan, responsabile del Women Support Center di Nablus e della Cooperativa agricola Retaj.

Dopo il grande successo di ieri sera a Ventimiglia, dove sono stati raccolti oltre duemila euro, anche la sala imperiese si è riempita per ascoltare la testimonianza toccante dell’attivista palestinese sulla situazione in Cisgiordania.

Hakema Hasan è riuscita a ottenere il visto italiano dopo mesi di richieste, al quarto tentativo

L’iniziativa, fortemente voluta da AIFO Imperia, Non Una Di Meno Ponente Ligure, Libera Imperia, Mappamondo, Associazione P.E.N.E.L.O.P.E., SPES e Scuola di pace, ha fatto il punto sulla lotta quotidiana delle donne palestinesi contro l’occupazione e per l’autonomia economica attraverso la forma cooperativa.

Spiega l’attivista palestinese Hakema Hasan al nostro giornale:“Devo ringraziare in primis tutti quelli che mi hanno invitato qua a Imperia. Questa è un’occasione per parlare della Palestina e di tutti i progetti che stiamo portando avanti.

Prima di tutto vorrei parlare delle condizioni dei coloni. Oltre a tutta la violenza anche dei militari israeliani, che tutti i giorni feriscono, ammazzano e arrestano tantissimi del nostro Paese.

La cosa più drammatica in Cisgiordania è che ci sono questi check-in che isolano un casino di paesi da uno all’altro, da un centro all’altro centro. Vi sono anche le condizioni molto difficili dei nostri prigionieri, perchè sono sotto una tortura continua, umiliazione. In condizioni di malattia e violenza.

Oltre alla violenza sessuale e fisica nei confronti dei prigionieri, sia donne sia uomini.

Chiediamo a tutta la gente una coscienza per prendere atto delle condizioni che sta vivendo il nostro popolo, in modo particolare i prigionieri, perché vivono in condizioni disumane. Sono 11 mila prigionieri, tra uomini, donne e bambini. Vi sono oltre 4 mila prigionieri che sono in prigione per atti amministrativi, cioè senza un’accusa chiara.

Da qui, nonostante tutto ciò che avete sentito e questa difficoltà che viviamo, c’è ancora la speranza della libertà e della pace.

Tutti questi progetti che noi facciamo servono a non perdere la speranza che prima o poi la nostra terra venga liberata e anche il nostro popolo venga liberato. Per questo noi abbiamo la missione di fare questi progetti per aumentare la consapevolezza della resistenza e della resilienza.

Facciamo anche progetti per le donne contro la violenza, sia violenza sociale sia violenza da parte dell’occupazione. Abbiamo avvocati, psichiatri, psicologi, assistenti sociali che seguono le condizioni di queste donne.

Abbiamo anche progetti per favorire le condizioni delle donne. Abbiamo un progetto per l’agricoltura dove ci sono vari gruppi di donne, ragazzi, giovani, ma anche anziani. L’obiettivo è creare un’economia per le donne, per i bambini, per le famiglie che hanno dolore.

Anche per i giovani che si laureano: abbiamo 40 mila giovani che si sono laureati, ma non ci sono lavori. Ed elaboriamo anche progetti come allevare animali, produrre vari tipi di agricoltura in maniera che riescano a portare avanti queste attività.

Noi cerchiamo di mettere tutti questi progetti nelle zone C, che sono le zone molto aggredite dai coloni e dai militari, in maniera da soffocare le persone che vivono lì. La protezione della terra per noi è una cosa santa, malgrado tutto quello che succede in quelle zone.

I coloni hanno chiuso l’acqua, distrutto gli alberi, bruciato la terra. Fanno tutti i tipi di violenza in quelle zone.

Queste associazioni interagiscono nella società e aiutano i paesini dove vivono ad affrontare tutto ciò. E facciamo anche lavori per questi giovani in maniera che rientrino in questi paesini e rafforzino la resistenza sul terreno.

Inoltre organizziamo per i giovani giornalisti percorsi su come documentare la violenza dei coloni e degli israeliani verso la popolazione palestinese. Alla fine dell’anno pubblicano tutti i video, i documenti e le foto che abbiamo raccolto in questi progetti.

Inoltre diamo sostegno agli studenti, perché là il governo non mette sufficienti risorse, e quindi subentriamo noi aiutandoli.

Questi sono tutti i progetti che noi abbiamo per sostenere donne, giovani e anche bambini”.

A cura di Alessandro Moschi

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