12 Settembre 2026 18:30

Un animale “disegna” esagoni sui fondali da 530 milioni di anni: lo studio con l’Università di Genova ne ricostruisce l’identikit

Paleodictyon - Imperiapost

Da almeno 530 milioni di anni sui fondali marini compare una struttura tanto precisa quanto misteriosa: una rete di piccolissime gallerie disposte a formare maglie esagonali. Si chiama Paleodictyon e, nonostante sia arrivata fino ai nostri giorni, nessuno ha mai osservato direttamente l’animale che la costruisce.

Ora uno studio internazionale, al quale ha partecipato anche l’Università di Genova, ha ricostruito l’identikit del possibile autore: con ogni probabilità si tratterebbe di un piccolo crostaceo appartenente agli artropodi e imparentato con i porcellini di terra.

La ricerca è stata coordinata dal paleontologo Andrea Baucon, del Dipartimento di Scienze Chimiche e Geologiche dell’Università di Cagliari, e pubblicata sulla rivista scientifica Earth-Science Reviews. Oltre all’ateneo genovese, hanno partecipato istituzioni italiane e internazionali, tra cui il Cnr-Ifac, università e centri di ricerca di Portogallo, Polonia e Cina e il Museo di Storia Naturale di Piacenza.

Cos’è Paleodictyon e perché è così particolare

Quando si parla di Paleodictyon non si indica quindi l’animale, ma la struttura che lascia nel sedimento.

Per immaginarla basta pensare a una sorta di piccolo alveare sotterraneo: una rete di tunnel collegati tra loro che, vista dall’alto, forma una successione estremamente regolare di esagoni.

Le sue tracce sono conosciute in rocce antichissime, ma Paleodictyon non appartiene soltanto al passato. Strutture analoghe sono state fotografate anche a 3.500 metri di profondità sulla Dorsale Medio-Atlantica. Il misterioso reticolo aveva attirato persino l’attenzione di Leonardo da Vinci, che lo aveva disegnato. Nel tempo la sua origine è stata attribuita, tra le altre ipotesi, ad alghe, spugne, vermi e amebe giganti.

La difficoltà è evidente: gli studiosi conoscono la “casa”, ma non hanno mai visto direttamente chi la costruisce.

La geometria utilizzata come una sorta di impronta digitale

Per arrivare all’identikit, i ricercatori hanno quindi fatto parlare la geometria delle gallerie.

Sono stati misurati 1.314 punti su esemplari fossili conservati al Museo di Storia Naturale di Piacenza. Complessivamente lo studio ha preso in considerazione 50 esemplari.

Il risultato mostra una precisione notevole. All’interno della stessa cella, la differenza media nella lunghezza dei sei lati è di appena mezzo millimetro, mentre lo scostamento rispetto agli angoli ideali è di 8,5 gradi. La larghezza media dei tunnel è invece di 1,6 millimetri. In termini semplici, pur trattandosi di gallerie scavate nel sedimento, il risultato si avvicina molto alla forma di un esagono regolare.

Un altro indizio importante arriva dalla forma stessa dei tunnel: sono rettilinei e presentano spigoli netti.

Secondo lo studio, queste caratteristiche sono compatibili con l’azione di un artropode dotato di zampe articolate e di un esoscheletro rigido. In altre parole, un piccolo animale capace di “grattare” e lavorare il sedimento mantenendo una notevole precisione nei movimenti. Da questi elementi deriva l’ipotesi che l’autore di Paleodictyon fosse un piccolo crostaceo vicino ai porcellini di terra.

Il contributo dell’Università di Genova e le tracce sull’Appennino

Alla ricerca ha partecipato anche Michele Piazza dell’Università di Genova, con un contributo che permette di comprendere il legame tra i fossili ritrovati sulle montagne e ciò che ancora oggi avviene nelle profondità oceaniche.

«Chi passeggia sull’Appennino cammina su un antico fondale oceanico sollevato e coinvolto nella formazione di quella catena montuosa», spiega Piazza nel comunicato.

In pratica, alcune delle rocce che oggi troviamo sull’Appennino si formarono originariamente sul fondo del mare e successivamente, attraverso i processi geologici che portarono alla formazione della catena montuosa, si ritrovarono alle quote attuali.

Secondo Piazza, quelle rocce si depositarono nello stesso tipo di ambiente nel quale oggi i robot sottomarini riescono a riprendere Paleodictyon sui fondali oceanici. Con una differenza fondamentale: le strutture osservate oggi nelle profondità marine non sono fossili, ma tane scavate recentemente da organismi ancora viventi.

Ma perché costruire una rete di esagoni?

Rimane ancora aperta un’altra domanda: a cosa serve una struttura tanto complessa?

Una delle ipotesi formulate in passato è che l’animale utilizzasse le gallerie per coltivare i batteri dei quali si nutriva. Lo studio propone però anche una nuova possibilità.

Secondo Andrea Barucci del Cnr-Ifac, la rete esagonale potrebbe essere stata utilizzata come sistema di comunicazione all’interno di una colonia, permettendo la propagazione di segnali chimici, idraulici oppure acustici.

Un esempio aiuta a comprenderne il principio: invece di considerare ogni galleria come un semplice cunicolo nel quale vivere o cercare cibo, l’intero reticolo potrebbe aver funzionato come una rete attraverso cui trasmettere informazioni da un punto all’altro della colonia. Si tratta, come precisa il comunicato, di un’ipotesi proposta dallo studio e non di una funzione definitivamente dimostrata.

L’esemplare più antico analizzato proviene da Torre de Moncorvo, in Portogallo, e risale a 530 milioni di anni fa. Altri fossili sono stati studiati sull’Appennino Piacentino, nelle Dolomiti Friulane, in altre località del Friuli-Venezia Giulia e in Polonia.

Un reticolo comparso centinaia di milioni di anni prima dei dinosauri e che continua a essere costruito ancora oggi nelle profondità degli oceani. Dopo secoli di interrogativi, la geometria delle sue gallerie ha permesso ai ricercatori di delineare, almeno per la prima volta, l’identikit del suo misterioso autore.

Fonti: comunicato stampa n. 70/2026 del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr), 27 agosto 2026; studio internazionale pubblicato su Earth-Science Reviews, come riportato e referenziato nel comunicato del Cnr.

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