La quaglia, piccolo migratore capace di affrontare lunghissimi spostamenti tra Africa ed Europa, torna al centro del dibattito con l’avvio delle preaperture della stagione venatoria. Il WWF, la LIPU e numerose altre associazioni ambientaliste hanno espresso preoccupazione per la possibilità di cacciare la specie in alcune regioni italiane, richiamando le difficoltà legate alla perdita degli habitat e al bracconaggio.
Sul tema abbiamo chiesto un parere anche a Enrico Carta, ornitologo e naturalista che, partendo dalle caratteristiche e dal ciclo biologico della specie, spiega perché la quaglia possa rappresentare un caso emblematico nel dibattito sull’attualità delle norme che regolano l’attività venatoria.
Dall’Africa all’Europa, il lungo viaggio della quaglia
«La quaglia – spiega Enrico Carta – è una specie migratrice di lungo raggio. Trascorre l’inverno in Africa e in primavera torna verso l’Europa meridionale, e non solo, per riprodursi. Da noi è possibile osservarla durante la migrazione già alla fine di aprile, quando arriva attraversando il Mediterraneo. È una migrazione estremamente impegnativa: gli individui arrivano dal mare dopo una lunga traversata e spesso sono visibilmente stremati».
Una volta raggiunti i territori di riproduzione, la presenza della quaglia è strettamente legata alla disponibilità di ambienti aperti. Un elemento importante anche per comprendere le difficoltà che la specie incontra. «Come specie nidificante è legata agli ambienti aperti: zone erbose, praterie e prati alpini. Può essere presente in alta quota, ma anche in pianura, laddove sopravvivono ancora ambienti idonei e sufficientemente aperti».
Proprio la progressiva trasformazione di questi habitat si inserisce, secondo Carta, in un quadro più ampio che riguarda numerose specie associate agli ambienti agricoli.
«La quaglia ha registrato un trend negativo nella consistenza della popolazione, una dinamica che interessa anche molte altre specie legate agli ambienti agricoli, sempre più sfruttati. Allo stesso tempo, la specie è riuscita in parte ad ampliare verso nord il proprio areale».
È mettendo insieme questi elementi (la lunga migrazione, l’andamento della popolazione e la riduzione degli habitat) che Carta arriva alla questione dell’attività venatoria. «Molte delle norme che regolano la caccia sono datate e non più adeguate alla situazione attuale. Ritengo anacronistico che la caccia alla quaglia sia ancora consentita, considerando che questa specie dipende da habitat che si stanno progressivamente riducendo, come le praterie alpine. Parliamo inoltre di un migratore di lungo raggio, che affronta già naturalmente una selezione molto forte durante spostamenti estremamente impegnativi. Aggiungere a queste pressioni anche quella venatoria non è, a mio avviso, una scelta opportuna».
A questa valutazione il naturalista aggiunge infine un altro aspetto, quello degli esemplari liberati proprio in funzione dell’attività venatoria. «Spesso vengono liberate quaglie appositamente destinate all’attività venatoria, quindi immesse perché possano essere successivamente cacciate. Personalmente considero questa pratica svilente».
A cura di Selena Marvaldi






