Imperia, processo morte Mauro Feola: periti giudice bocciano operato bagnini. “Dovevano entrare in acqua, c’erano le condizioni”/L’udienza

Giudiziaria Imperia

I periti nominati dal giudice monocratico Laura Russo per stabilire le eventuali responsabilità che hanno portato alla morte di Mauro Feola hanno relazionato in udienza.

“L’elemento mancante principale è quello della prevenzione e controllo, ma fallito questo aspetto, ci sarebbero state le condizioni per intervenire”. Lo ha dichiarato questo mattina, in aula, presso il Tribunale di Imperia, Giorgio Quintavalle, coordinatore nazionale del settore salvamento della Federazione Italiana Nuoto, perito nominato dal giudice monocratico Laura Russo per stabilire le  eventuali responsabilità che hanno portato alla morte di Mauro Feola, avvenuta il 25 luglio 2015 nelle acque antistanti il “Papeete Beach”.

“Per la mia conoscenza e esperienza – ha aggiunto Quintavalle – non c’erano condizioni tali da non consentire l’intervento”.

Imputati nel processo processo i due ex bagnini del “Papeete Beach”, Caterina Pandolfi e Aldo De Notaris, difesi dall’avvocato Erminio Annoni, accusati di omicidio colposo.

Due le domande rivolte ai periti: “Quali erano le condizioni del mare? Tali condizioni avrebbero consentito l’acceso in acqua ai bagnini a fini di salvamento?“.

Angelo Doria, tenente di vascello del nucleo operatori subacquei della guardia costiera di Genova

“Il vento crea pressione sulla superficie del mare e le onde sono create dal movimento verticale. L’energia impressa dal vento si trasferisce verticalmente, in questo modo si crea il moto ondoso.

Ho chiesto all’ Aeronautica Militare i bollettini marittimi e all’istituto idrografico di ricostruire la carta nautica con i valori storici di profondità. Infine ho consultato l’Arpal per conoscere i dati trasmessi dalla boa idrometrica situata circa 2 miglia dal luogo dei fatti. In questo modo ho ricostruito le condizioni del mare di quel giorno.

Ci sono due pennelli, uno a ponente, uno a levante e un grande scoglio che divide la spiaggia libera dal ‘Papeete beach’.
In questo tratto di mare il vento di libeccio e di scirocco influenzano di più il moto ondoso. Il fenomeno di diffrazione non è molto sentito.

La boa idrometrica di Capo Mele ha registrato, nelle ore oggetto dei fatti, onde tra 1,5 e 2 metri, comunque non superiori ai tre metri. L’onda man mano che si avvicina alla costa dissipa la sua energia.

Tutti questi elementi mi fanno propendere per dire che in corrispondenza della battigia del “Papeete beach”, il giorno dei fatti oggetto di questo processo, l’onda era alta tra 1 metro e 1 metro e mezzo”.

Giorgio Quintavalle, coordinatore nazionale del settore salvamento della Federazione Italiana Nuovo

“L’area interessata dall’evento è regolamentata dall’ordinanza emessa dalla Capitaneria di Porto. Per quanto concerne lo stabilimento balneare, ci sono delle mancanze. Il piano di prevenzione non è stato controllato ed è mancata la fase di analisi.

Dal sopralluogo è apparso evidente che in presenza di vento di libeccio lo scenario poi verificatosi era prevedibile.
La postazione degli assistenti bagnanti era collocata in una zona in cui lo scoglio oscurava la visibilità sulla spiaggia libera. È vero che non la spiaggia libera non è in concessione, ma l’assistenza bagnanti dev’essere garantita non solo alle spiagge in concessione, in particolare è molto importante il lavoro di prevenzione.

Il giorno dell’accaduto erano in servizio i due bagnini dello stabilimento, uno dei quali metteva a posto i lettini invece che aiutare la collega nella prevenzione”. 

La fase di intervento

“Si è detto che non si poteva intervenire per le condizioni mare, poi perché non è stato possibile individuare la posizione dell’uomo in mare.

L’azione doveva avvenire con lo strumento del rullo di salvataggio ed era nella disponibilità dei bagnini. Insieme al rullo il giubbotto di salvataggio. Sarebbe stato utile anche il caschetto di salvataggio.

L’elemento mancante principale è quello della prevenzione e controllo, ma fallito questo aspetto, ci sarebbero state le condizioni per intervenire.  Per la mia conoscenza e esperienza non c’erano condizioni tali da non consentire l’intervento”.

Ai periti del giudice ha replicato il consulente della difesa, Alessandro Vallarè, trainer subacqueo, che ha fatto riferimento allo “shore break“, ovvero il frangente di riva, che avrebbe contribuito a produrre onde più alte, rendendo difficili, se non impossibili le operazioni di salvataggio. 

La difesa ha depositato una perizia che è stata acquisita agli atti. I consulenti del giudice avranno ora dieci giorni per formulare una risposta scritta.

L’udienza è stata rinviata al prossimo 8 luglio, quando si terrà la discussione. 

 

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