Covid, Imperia: “Io, salvato dal plasma dopo 2 mesi di ospedale”. La storia di Fabio. “Questa esperienza mi ha segnato, peggiore di un incubo”

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“A un certo punto non vedevo più una via d’uscita. È stato peggio di un incubo”. Queste le parole, piene di commozione, di Fabio T. (che preferisce rimanere anonimo per questioni di privacy), ricordando gli oltre due mesi trascorsi nel reparto di Pneumologia dell’Ospedale di Sanremo, dopo aver contratto il Covid, nel corso della prima ondata del contagio. 

Fabio, 53 anni, con una moglie e due figli a casa, versava in una condizione particolarmente critica poiché, venendo da anni di lotta contro un tumore, non riusciva a produrre gli anticorpi necessari per fronteggiare il virus. Determinante, quindi, così come per la donna recentemente curata all’Ospedale di Imperia, è stata la decisione di ricorrere al plasma iperimmune. Una cura che, dopo decine di giorni di febbre alta e 14 chili persi, nel giro di una settimana lo ha “rimesso al mondo”, come afferma lui stesso.

A distanza di diversi mesi, Fabio ha deciso di raccontare la sua storia per sensibilizzare le persone sull’importanza di essere cauti e rispettare le norme anti Covid e, soprattutto, per dare speranza a chi sta affrontando ora la malattia.

Imperia: salvato dal plasma dopo due mesi di ospedale, la storia di Fabio

Com’è iniziato tutto?

“Tutto è iniziato a marzo con un po’ di febbre. Ricordo che il 9 marzo era sui 37°, poi il 13 marzo è esplosa a 39/40°, senza nessun altro sintomo. Ho chiamato il mio medico (a quel tempo di Covid non si sapeva ancora molto), suppose fosse influenza e mi ha dato da prendere gli antibiotici, che non facevano alcun effetto, e la tachipirina per abbassare un po’ la febbre.

I giorni successivi continuavo a peggiorare e a dimagrire. Il 20 marzo sono comparsi i primi sintomi Covid, difficoltà a respirare, molta stanchezza. Il 24 marzo sono stato portato in Ospedale, al Reparto di Pneumologia di Sanremo. Ho fatto il tampone, che è risultato positivo, e le lastre ai polmoni, che hanno evidenziato una polmonite bilaterale interstiziale.

Hanno hanno iniziato a curarmi con alcuni farmaci, ma non servivano a nulla, anzi, peggioravo. Ho dovuto indossare la maschera per respirare. Venendo da 7 anni di lotta a un tumore, il mio fisico era già minato e immunodepresso. Il mio corpo non produceva anticorpi e per questo non guarivo”.

In quel periodo non vedeva via d’uscita?

“No. Ero al 54° giorno di ricovero e non si vedeva nessun miglioramento. Avevo perso 13/14 chili. Il dott. De Michelis, con grande sensibilità e professionalità, non ha mai mollato, ma era molto preoccupato. Io non vedevo da due mesi mia moglie e i miei due figli. Non si vedevano miglioramenti e le tac evidenziavano nuovi focolai nei polmoni. Sono stato in terapia semintensiva, ma per fortuna sempre cosciente. Probabilmente ha aiutato il fatto che sono una persona molto sportiva e avevo molta resistenza”.

Cos’è successo quando si è deciso di ricorrere al plasma iperimmune?

“Ricordo benissimo il giorno in cui il dottore mi ha chiamato e mi ha parlato di questa cura sperimentale con il plasma iperimmune che stava già dimostrando un’elevata efficacia. Io ho accettato subito, anche perché mi sentivo in un vicolo cieco. Dopo alcuni problemi burocratici, risolti in fretta, in una settimana il plasma è arrivato. Non dimenticherò mai quando mi hanno detto: ‘è partita l’auto da Pisa’.

Era circa il 13 maggio quando mi hanno fatto la prima sacca e, immediatamente, si sentiva il cambiamento. Il secondo giorno mi hanno infuso la seconda sacca e il pomeriggio stesso non avevo più la febbre. Mi sembrava impossibile. Ricordo che me la misuravo ogni mezzora con il terrore che tornasse. Il giorno successivo ho avuto l’ultima sacca e la sera mi sentivo decisamente meglio. Dopo altri due giorni sono tornato a camminare, senza ossigeno.

Nel giro di 5 giorni questa cura mi ha rimesso al mondo. Le analisi del sangue davano la malattia in caduta libera. Il primo tampone è risultato negativo, così come il secondo. Dopo 10 giorni sono tornato a casa.

Purtroppo il plasma, come già spiegato dal dott. De Michelis (clicca qui), non funziona per tutti i pazienti, bisogna usarlo al momento giusto sul paziente adatto. Per me, è stato determinante”.

Come ha vissuto i momenti più duri della malattia?

“È stato molto difficile. Peggio di un incubo. Quando sono guarito, per molto tempo mi è stato difficile anche parlarne. Io ho affrontato 7 anni tumore, recidivo, e potrebbe sembrare incredibile, ma l’ho affrontato con meno pesantezza. Questo perché la medicina in quel campo ha ormai decenni di esperienza, ci sono cure salvavita più che vagliate, che danno speranza e prospettive di guarigione. Con il covid, specialmente all’inizio, invece, era un totale punto di domanda. Stavo male, non miglioravo mai, e ogni giorno non sapevo se l’indomani mi sarei svegliato in terapia intensiva. Non si aveva alcuna sicurezza né terapia specifica.

Tutto lo staff è stato incredibile. Le infermiere, i dottori, tutti gli operatori mi hanno dimostrato tantissima sensibilità e dolcezza, anche attraverso tute, mascherine e occhiali. Purtroppo sento spesso parlar male della sanità, mentre bisognerebbe fare loro un plauso per l’impegno con il quale svolgono il loro lavoro. Sono eccezionali.

In totale sono stato ricoverato 64 giorni, senza poter vedere la mia famiglia. Fortunatamente, nel male, la tecnologia ci ha aiutato a rimanere in contatto. Tornato a casa è stato bellissimo, un momento di felicità indimenticabile”.

Cosa ne pensa del vaccino?

Sono assolutamente pro-vaccino e non vedo l’ora di farlo, quando sarà il mio turno, per avere avere un’arma contro il virus. Essendo immunodepresso, una volta degradati gli anticorpi che ho ricevuto con il plasma, il mio corpo non ne ha prodotti altri, quindi sono soggetto a ricaduta e non vorrei proprio che succedesse”.

Vuole fare un appello a chi ancora sottovaluta l’emergenza Covid?

Il mio appello è quello di un papà di famiglia che ha vissuto un’esperienza difficilissima, senza sapere se e quando sarei tornato a casa. Quando sono stato contagiato io, ancora non c’era abbastanza coscienza del problema, ma adesso, trovo assurdo che ci sia qualcuno che continua a sottovalutare o addirittura negare l’emergenza. Stiamo parlando di rispettare protocolli di sicurezza semplicissimi, indossare la mascherina, lavarsi le mani, stare distanti, per poterne uscire. Bisogna tener duro, perché 64 giorni di ospedale non li auguro a nessuno”.