Covid, Imperia: donna curata con plasma iperimmune, parla primario De Michelis. “Ecco come l’abbiamo salvata”

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Il direttore del reparto di Pneumologia dell’Ospedale di Imperia Claudio De Michelis racconta il decorso della malattia di una paziente di circa 50 anni.

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Dopo settimane critiche, in pochi giorni, grazie al plasma iperimmune, le è scesa la febbre, ha smesso di usare il respiratore e si è rimessa in piedi. Quando finalmente le abbiamo comunicato che sarebbe stata dimessa aveva le lacrime agli occhi. Così il direttore del reparto di Pneumologia dell’Ospedale di Imperia Claudio De Michelis, che dallo scorso marzo affronta la pandemia tra le corsie, racconta il decorso della malattia di una paziente di circa 50 anni, dimessa dal reparto lo scorso 31 dicembre dopo una lunga lotta contro il Covid.

Covid, Imperia: donna curata con plasma iperimmune, parla il primario De Michelis

Cosa aveva la paziente?

“La donna, per una precedente malattia, aveva dovuto utilizzare farmaci immunosoppressori, quindi il suo sistema immunitario era frenato. Il primo riscontro di positività risaliva a circa 20 giorni prima del ricovero e continuava a rimanere positiva. È stata ricoverata a Imperia inizio dicembre con una polmonite ingravescente. Nonostante la ventilazione meccanica e i farmaci non si vedevano miglioramenti né si formavano anticorpi. Aveva la febbre e insufficienza respiratoria”.

Quando è stato deciso di ricorrere al plasma e perché?

“Bisogna premettere che il plasma, tra i trattamenti utilizzati per fronteggiare il Covid, è l’unico che ha delle indicazioni specifiche, perché utilizza gli anticorpi prodotti da persone che hanno contratto il virus e sviluppato la malattia. Gli altri trattamenti (ad esempio, l’utilizzo del cortisone o del remdesivir) riguardano farmaci non specifici contro il virus, ma sono nati per altre malattie, oltre alla cura dell’insufficienza respiratoria.

Perché non lo utilizziamo su tutti? Perché il plasma non è sempre efficace. È vero che è l’unica arma che abbiamo per colpire il virus, ma non tutti gli anticorpi prodotti da chi ha avuto la malattia neutralizzano il virus. Qui entra in gioco l’enorme lavoro dei centri trasfusionali di Imperia e Savona, ovvero quello di individuare gli anticorpi neutralizzanti, attraverso lo screening dei donatori e la preparazione del plasma. I centri selezionano e concentrano il plasma nelle sacche e ce lo mettono a disposizione. A loro va riconosciuto il più grande merito.

La seconda difficoltà: anche selezionando gli anticorpi giusti, non è detto che questo trattamento dia un risultato. L’aniticorpo colpisce il virus quando è ancora fuori dalle cellule, quando è nel sangue. Se ci troviamo davanti un paziente che ha già gli organi molto danneggiati, il virus probabilmente è già passato e in quel caso l’anticorpo non serve più. Allo stesso modo, se somministrato troppo presto, potrebbe essere inutile. Da queste problematiche nascono le polemiche sull’uso del plasma. Si tratta di un’arma da usare con criterio.

In poche parole, l’anticorpo colpisce il virus solo quando può essere aggredito. La difficoltà con il plasma è quindi quella di trovare il paziente giusto e utilizzarlo al momento giusto.

In questo caso specifico, avendo già visto una situazione analoga in un paziente a Sanremo (il cui sistema immunitario era frenato e il virus persisteva senza la formazione di anticorpi), con il quale il plasma aveva funzionato bene, abbiamo capito che ci potevano essere gli estremi per ricorrere allo stesso trattamento anche con questa paziente.

Era il periodo di Natale. Al mattino ho fatto la richiesta al Comitato Etico e la notte stessa mi è arrivata l’autorizzazione. L’indomani avevo già le sacche e abbiamo iniziato il trattamento. Tutto il sistema ha funzionato con velocità ed efficienza”.

Come ha reagito la paziente alla cura?

“Benissimo. Con il plasma si utilizzano tre sacche, una al giorno per tre giorni. Dopo le prime due era già sparita la febbre, che da settimane non scendeva. Dopo la terza somministrazione, nel giro di pochi giorni, abbiamo assistito a un netto miglioramento dei sintomi e la donna ha iniziato ad alzarsi e a comminare con la fisioterapista. Il 31 dicembre è andata casa senza ossigeno”.

Ricorda quando ha comunicato le imminenti dimissioni dall’ospedale?

“Certamente. Scherzando, le ho detto: ‘Devo rovinare il capodanno di suo marito che magari aveva altri piani‘. Lei si è fatta una risata e dall’emozione le venivano le lacrime agli occhi.

Nelle settimane precedenti la sua situazione era molto critica e lei era preoccupata e provata. Così come i suoi familiari. Ovviamente la speranza è sempre l’ultima a morire, ma era molto spaventata.

Da parte nostra, tutte le volte che abbiamo questo tipo di risultati siamo molto felici. L’enorme lavoro tecnico, ci tengo a ricordarlo, lo fanno i centri trasfusionali, in questo caso di Imperia, con il dott. Mazzei e il dott. Brunofranco, e di Savona”.

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