Covid, Imperia: “Abbiamo dovuto intubare una 26enne incinta”. Claudio De Michelis, primario Pneumologia, racconta l’emergenza. “Molti i momenti drammatici”/Video

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De Michelis ha raccontato a ImperiaPost come ha vissuto, dal punto di vista medico e personale, l’emergenza dai primi momenti della scorsa primavera, quando la malattia ha sorpreso il mondo intero, a oggi, nel pieno della seconda ondata.

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Non so dirvi come potrà evolvere l’emergenza nei prossimi 15 giorni. Se la gente ha dei comportamenti prudenziali, rispettando le norme, probabilmente la somma dei comportamenti virtuosi dei singoli potrà portare dei risultati.

Ma se la gente non capisce che il problema esiste, fino a che continueremo ad avere dei negazionisti su questa questione, sarà un disastro”.

Queste le parole del dottor Claudio De Michelis, direttore del Reparto di Pneumologia dell’Ospedale di Imperia, in prima linea dallo scorso marzo nella lotta contro il Coronavirus.

De Michelis ha raccontato a ImperiaPost come ha vissuto, dal punto di vista medico e personale, l’emergenza dai primi momenti della scorsa primavera, quando la malattia ha sorpreso il mondo intero, a oggi, nel pieno della seconda ondata.

Covid, Imperia: a tu per tu con Claudio De Michelis, primario Pneumologia

Può raccontarci, dal suo punto di vista, ogni giorno in prima linea, l’emergenza Covid? Qual è la situazione attuale, nel pieno di questa seconda epidemia? Quali le differenze rispetto alla prima ondata?

“La situazione in questo momento ha alcune similitudini e alcune differenze con la prima ondata. La prima ondata ci siamo trovati davanti una malattia che non conoscevamo, con dei numero di afflusso molto elevati. Qui al Pronto Soccorso di Imperia arrivavano decine di pazienti al giorno da assistere con la nostra non conoscenza della malattia, quindi con grosse difficoltà nel capire cosa fare al meglio. Questo è stato il nostro primo impatto con la malattia.

Nella prima fase siamo riusciti ad avere informazioni dall’esperienza dei nostri colleghi cinesi, nella seconda metà di marzo, e quindi abbiamo iniziato a trattarli in un modo più preciso dal punto di vista farmacologico. Oggi ci troviamo con la seconda ondata che qui da noi è iniziata il giorno di Ferragosto. Il primo paziente critico dopo la prima ondata della primavera è arrivato a Ferragosto, poi man mano sono aumentati i numeri. Non arriviamo però ad avere, contemporaneamente,  l’afflusso di pazienti che avevamo la prima volta e questo, unitamente al fatto che li sappiamo affrontare un po’ meglio come gestione clinica, farmaci, ventilazione meccanica, ci permette una gestione migliore.

Quello che è diverso, oggi, è il numero di pazienti giovani che stiamo vedendo. Abbiamo avuto, come paziente più giovane, una ragazza di 26 anni, ma più in generale abbiamo tanti pazienti tra i 40 e i 50 anni, in buona salute, che arrivano con delle brutte polmoniti.

Nella prima ondata avevamo avuto tanti anziani, perché la maggior parte dei focolai li avevamo riscontrati nelle case di riposo e nei nostri paesi della Valle Impero. Quindi chiaramente arrivavano decine di anziani contemporaneamente. Oggi ci sono anche gli anziani, perché sono pazienti a rischio, però un po’ perché sono più sotto controllo, un po’ perché ci si sta più attenti, nelle case di riposo si è fatto un grande lavoro di preparazione alla seconda ondata nel periodo estivo. Abbiamo meno anziani in proporzione alla quantità di persone giovani che sono arrivate. Le polmoni quando arrivano sono brutte come la prima ondata. Le gestiamo meglio, come capacità nostra, però sono polmoniti molto importanti”.

Quanti sono i ricoverati?

“In questa ultima settimana siamo sui 13o pazienti ricoverati tra degenza ordinaria e semiterapie intensive che abbiamo tra Imperia e Sanremo, e 14 pazienti in terapia intensiva, intubati. Il numero di 130 ricoveri è stabile, perché riusciamo più o meno a dimettere e a contenere la crescita dei numeri.

E’ stato fatto un lavoro sul territorio importante in estate, soprattutto per quel che concerne i protocolli di gestione domiciliare della malattia. Tutto sommato stanno riducendo l’afflusso nei Pronto Soccorso. Questo, unitamente alla velocità delle dimissioni, ci permette di tenere numeri accettabili, tanto che abbiamo anche ricevuto dei pazienti da Genova, per altro già dimessi e mandati a casa”.

Dal punto di vista personale, quali sono stati i momenti più difficili da affrontare?

“Momenti difficili ne abbiamo visti tantissimi, medici, infermieri e fisioterapisti. Noi non abbiamo visto nella storia della medicina una cosa del genere. La medicina moderna non ha mai visto un’epidemia del genere, con questi numeri e tutto all’improvviso. Quello che colpisce è che questi pazienti arrivano e rimangono da soli. Voi immaginate persone anziane, ma anche giovani, che ad un certo stanno male e la famiglia non li vede più. L’unico contatto che hanno con delle persone è con i sanitari che li curano. Le avete viste queste scene in televisione. Noi siamo bardati da capo a piedi, dunque vedono solo gli occhi di chi li sta curando. Anche emotivamente è una situazione molto difficile.

Quando dobbiamo intubare un paziente, si tratta di pazienti svegli, completamente. Un paziente che ha un’insufficienza espiatoria molto grave di solito è in coma, quindi quando viene intubato dorme. Qui invece si arriva da pazienti svegli e gli si deve dire ‘guarda che ti devo intubare perché le cose vanno male’. Quindi arrivano i nostri colleghi anestesisti e li perdono in carico. Però questi pazienti sono svegli e sanno che li stiamo addormentando, ma non sanno se si risveglieranno. Umanamente è molto complesso.

Abbiamo dovuto procedere all’incubazione con una ragazza di 26 anni al settimo mese di gravidanza. Vi posso assicurare che non è piacevole. E poi quando le cose non vanno bene, morire da soli, senza la famiglia. Questa è davvero un’esperienza devastante.

Poi ci sono anche le cose divertenti, ne potrei raccontare una. Un paziente giovane, con meno di 50 anni,  era stato intubato, aveva fatto la tracheotomia dai nostri colleghi della rianimazione di Sanremo. Un percorso molto complesso. Non aveva più visto la famiglia da almeno tre settimane. Lo abbiamo preso per iniziare l’indipendenza dal ventilatore. La prima volta  che la fisioterapista è riuscita a fare la chiamata con WhatsApp alla famiglia, non vi dico l’espressione, gli urli, della famiglia, dei bambini, quando hanno sentito la sua voce. Uno dei bambini è rimasto senza parole e l’unica cosa che è riuscito a dire è stata ‘papà papà papà, avrai 50 messaggi di WhatsApp da guardare!!!’. Per fortuna che ci sono anche questi momenti. Ma i momenti difficili sono stati davvero tantissimi”.

Si parla di un picco della seconda ondata tra 10 giorni, ma anche di un rischio collasso degli ospedali tra due settimane. Lei come vede il futuro?

“È molto difficile dare una risposta che possa essere veritiera ad una domanda del genere. Ci sono troppe incognite.

È chiaro che la difficoltà di questi momenti è quella di poter conciliare da una parte le esigenze di salute con le esigenze del sistema economico. Le due cose non possono essere separate.

La difficoltà di chi deve prendere decisioni è proprio questa, quanto mi posso permettere di pagare in salute per salvare l’economia e viceversa, quanto devo sacrificare in economia per salvare la salute.

Dal punto di vista medico , meno contatti ci sono in giro, meno l’infezione si trasferisce da una persona all’altra, meno ricoveri avremo.

Gli ospedali cominciano ad essere abbastanza in affanno. Noi qui ce la stiamo ancora cavando per il lavoro che è stato fatto di gestione tra il territorio e l’ospedale.

Stiamo facendo una fatica tremenda perchè manca il personale ovunque. Per il momento ce la facciamo.

Ci sono altre realtà che sono state travolte dai numeri, come la Lombardia, la Campania. I numeri sono il problema, quando arrivano troppi pazienti il sistema non riesce a gestirli.

Non so dirvi quali potranno essere i prossimi 15 giorni. Se la gente ha dei comportamenti prudenziali, che tutti rispettano quelli che sono le norme, la mascherina, i lavaggio delle mani, il distanziamento sociale, probabilmente la somma dei comportamenti virtuosi dei singoli potrà portare dei risultati.

Ma se la gente non capisce che il problema esiste, fino a che continueremo ad avere dei negazionisti su questa questione, sarà un disastro.

È importantissimo che anche i media facciano capire che qui nessuno sta scherzando. I ragazzi che si prendono l’infezione fuori e sono asintomatici non possono fare i negazionisti e dire che non succede niente, perchè poi vanno a casa, il papà e la mamma, il nonno e la nonna si prendono la malattia e arrivano ricoverati in situazioni critiche.

È una questione di responsabilità di sistema.

Come andranno le cose, non lo so. Spero che possano andare in meglio, ma siamo ancora in una situazione troppo fragile dal punto di vista epidemiologico.

Non dobbiamo assolutamente allentare la guardia. Ognuno faccia il suo”.

Il vaccino sarà determinante?

“I vaccini nella storia della medicina moderna sono sempre stati determinanti. Se certe malattie non le vediamo più è grazie ai vaccini, come la Poliomielite, la Difterite etcc. Potremmo elencare un numero enorme di malattie. Il Vaiolo è scomparso dalla faccia della terra.

I vaccini sono determinanti. Il problema è che non bisogna pensare che come verrà messo in commercio un vaccino, due giorni dopo abbiamo risolto il problema.

Ci sono innanzitutto da capire l’efficacia del vaccino, ora sono in sperimentazione e hanno dei risultati in breve termine.

Bisognerà vedere nel tempo l’efficacia dei vaccini, che sicuramente funzioneranno. Prima che il mondo sia vaccinato, che tutte le popolazioni ricevano il vaccino, passerà del lungo tempo.

Nel frattempo il virus continuerà a girare e a creare dei problemi. Il vaccino però dovrà essere uguale per tutti. Non si può pensare di vaccinare solo i ricchi e lasciare indietro gli altri”.

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