Rivieracqua, una telenovela senza trasparenza. Alcuni sindaci sapevano del Decreto del Tribunale e hanno taciuto/Il caso

Attualità Imperia

A colpi di carte bollate e rinvii, una società sull’orlo del fallimento già nel 2018, è stata mantenuta in vita fino al 2021

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Il 29 luglio scorso l’Assemblea dei sindaci dell’Ato idrico imperiese e andorese ha approvato il bilancio di Rivieracqua (che deve essere reso pubblico entro 30 giorni). E in quella data sembra che il presidente della società pubblica Gian Alberto Mangiante avesse confidato informalmente ad alcuni sindaci che il Tribunale avrebbe di lì a poco revocato la procedura per il concordato preventivo.

Alcuni sindaci sapevano e hanno taciuto

Insomma, tanti sapevano in anticipo il contenuto del Decreto del Tribunale di Imperia datato 3 agosto, ma hanno taciuto. Anzi, peggio, si sono tutti allineati al risibile comunicato stampa datato 4 agosto con il quale Rivieracqua annunciava l’udienza del 14 settembre in Tribunale quasi fosse un semplice incontro per valutare se proseguire con il piano adottato finora o scegliere altre strade.

Una situazione inaccettabile per una società pubblica che dovrebbe essere trasparente come un cristallo e invece, fin dalla sua nascita nel 2012, ha scritto una storia a tinte fosche, ricca di consulenze esterne per milioni di euro, un concorso truccato e una telenovela giudiziaria imbastita per restare in vita, con responsabilità anche di Comuni e Provincia (quest’ultima manlevata poi dal commissariamento attuato dalla Regione). Ciliegina sulla torta, poi, le cifre non dovute pagate ad Amat per la fornitura di acqua al Golfo Dianese, per le quali i giudici, non escludendo lavoro per la Procura della Repubblica, stigmatizzano la mancanza di un’azione di responsabilità nei confronti dei precedenti amministratori, Con buona pace dei cittadini che non hanno visto da anni interventi radicali sull’acquedotto, oggi un colabrodo e iniziano a vedere, invece, bollette più care di prima.

La telenovela di Rivieracqua

Il ricorso di Rivieracqua al Tribunale di Imperia per ottenere l’ammissione al concordato preventivo era stato depositato il 5 luglio del 2018 e il Tribunale aveva concesso 120 giorni di tempo alla società per depositare il piano finanziario.

Rivieracqua ha poi chiesto e ottenuto una proroga di ulteriori 60 giorni e il piano è stato consegnato ai giudici soltanto il primo febbraio del 2019. Il successivo 10 settembre, sempre Rivieracqua, presenta una prima modifica al piano e poi una seconda modifica legata al ritiro, il 26 febbraio 2020, della richiesta di fallimento della società che era stata avanzata da Amat.

Si va avanti fino al 30 giugno 2020, quando Rivieracqua presenta un nuovo piano finanziario, che prevede, fra l’altro, l’ingresso di un socio privato con gara pubblica, come deliberato dall’Assemblea dei sindaci il 27 novembre 2019.

Il 23 dicembre 2020 il Tribunale ammette Rivieracqua al concordato e fissa l’udienza dei creditori per il 16 aprile 2021. Il primo aprile 2021 il commissario ad acta Gaia Checcucci emette un Decreto con il quale di fatto impone il subentro di Rivieracqua ad Amat, Amaie, 2iRete Gas (che fa ricorso al Tar), Secom e Aiga, vale a dire tutti i precedenti gestori cessati degli acquedotti operativi nel territorio imperiese e andorese.

Rivieracqua chiede e ottiene il rinvio dell’adunanza dei creditori, che viene posticipata dal 16 aprile scorso al 14 settembre prossimo. Poi Rivieracqua torna alla carica e chiede un ulteriore rinvio, ottenendo, questa volta, però, il Decreto con il quale il Tribunale avvia la procedura di revoca dell’ammissione al concordato preventivo. A furia di tirarla, anche la robusta corda dei giudici si è spezzata.

Anche i creditori tacciono

Il senso di questa infinita telenovela è che a colpi di carte bollate e rinvii, per la gioia di avvocati e consulenti coinvolti, una società sull’orlo del fallimento già nel 2018, è stata mantenuta in vita fino al 2021, consentendole, come gli stessi giudici evidenziano nel loro Decreto, di continuare a produrre debiti a scapito anche di aziende private fornitrici che ora, se Rivieracqua fallisse, farebbero la sua stessa fine.

Un paradosso tutto italiano: oggi i creditori, primi attori in un’azione fallimentare, nel caso di Rivieracqua saranno, invece, coloro che subiranno ancora, nel disperato tentativo di sopravvivere a loro volta. Nel frattempo, i cittadini continueranno a pagare bollette sempre più salate e a subire disservizi costanti per le pessime condizioni di una rete idrica nella quale non si fanno investimenti da decenni. Con la sola speranza che almeno il nuovo acquedotto del Roja, in parte già finanziato, possa davvero vedere la luce in tempi celeri.

Il caso del depuratore di Imperia, altro esempio di mancanza di trasparenza e continui malfunzionamenti

Un capitolo a parte lo meriterebbe, poi, il depuratore di Imperia, che da mesi scarica liquami in mare. Anche qui i comunicati di Rivieracqua e le dichiarazioni che si sono susseguite sono trasparenti quanto il liquido versato alla foce dell’Impero.

Anche nel caso del depuratore, creato per raccogliere i reflui non soltanto di Imperia, ma anche di entroterra, Golfo Dianese e Andora, si sono spese valanghe di soldi pubblici, versati anche dagli imperiesi sulle bollette, per ritrovarsi innanzi a un qualcosa di ancora indefinito e dal futuro incerto. Le uniche cose oggi certe del depuratore sono i miasmi che emana, in particolare nella zona del lungomare Vespucci e delle Ferriere e l’altrettanto maleodorante liquido che scarica in mare.

A cura di Andrea Pomati.

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