Imperia: nell’area ex Agnesi yacht e hotel di lusso, la Compagnia Maresca non ci sta. “Una città non può vivere solo di turismo. Basta speculazioni, vogliono spazzarci via”/Foto e Video

Attualità Imperia

Oggi, sabato 29 gennaio, alle ore 19, al Circolo Arci Camalli di Imperia, si terrà un incontro per presentare la rivista “Skabò” dedicata alla chiusura dell’Agnesi. Al centro dell’incontro non solo le lotte per salvare la fabbrica, ma anche un dibattito sulle responsabilità della politica, dei sindacati e degli stessi operai.

In particolar modo si parlerà del futuro dell’area ex Agnesi, con riferimento al progetto di demolizione dell’ex stabilimento e di realizzazione di un hotel di lusso con annesso porticciolo. “Una città può vivere di solo turismo?” si chiedono i portuali imperiesi.

Imperia: le lotte per salvare l’Agnesi e il futuro dell’area nell’incontro all’Arci

Valerio Romano, ex Console Compagnia Portuale Maresca

“Abbiamo ritenuto importante a sei anni dalla chiusura dell’Agnesi ripercorrere la storia di quegli ultimi due o tre anni, dal 2013 al 2015, 17 dicembre, giorno della chiusura. Lo abbiamo fatto per riportare in luce tutto quello che è avvenuto. Perché in questo momento? Perché sta ripartendo la discussione su quello che sarà il futuro dell’ex stabilimento Agnesi. Cominciano a circolare i rendering del progetto di abbattimento dell’ex fabbrica con l’uso dell’avamporto come parcheggio di grossi yacht, oltre ad alberghi e speculazioni. Abbiamo inoltre voluto tracciare un percorso storico di questi anni e ci riproponiamo il quesito che già allora ci proponevamo: una città può vivere solo di turismo? Una città come Imperia può azzerare quelle che sono le poche industrie alimentari che sono rimaste? Noi pensiamo proprio di no, perché pensiamo che il turismo crea del lavoro stagionale e in più, come dimostrato dalla pandemia, non si può pensare a una città che viva solo di quello. In tutte le altre città d’Italia, anche quelle turistiche, si aggiunge un tessuto industriale, agricolo, che non fa diventare le città delle piccole vetrine.

Skabò è una specie di fanzine, giornalino, con tutto quello che aveva rappresentato in quegli anni la lotta degli operai, dei sindacati e del Comitato per la difesa dell’Agnesi. All’intero ci sono contratti, fotografie, spiegazioni. Vengono definite anche le responsabilità, da parte del Sindaco, dei sindacati, di una parte degli operai. C’è anche una specie di morale in fondo, con il volantino ‘Colussi…oni’, già distribuito all’epoca, in cui ci si chiede se tutti già sapevano come sarebbe andata a finire la vicenda Agnesi, perché quel fronte mare era un’occasione troppo ghiotta per tutti, per la sinistra, la destra, i sindacati. Che l’Agnesi fosse già destinata a morire nella testa dei tanti politici che continuano, ora come allora, a portare avanti i propri interessi”.

Bruno Rossi (storico portuale genovese, nonché papà di Martina Rossi, che partecipò attivamente alle lotte per salvare l’Agnesi)

“Mi sembrava che la lotta per difendere la fabbrica dell’Agnesi non fosse solo un problema dei lavoratori, ma di tutta la città, per avere una speranza, un punto da cui partire verso il famoso sviluppo green di cui adesso si parla tanto. Avevamo creato questo Comitato per la difesa dell’Agnesi per informare la gente, per farla partecipare. Ci eravamo riusciti, anche con il voto favorevole del consiglio comunale, raccolte firme, partecipazione dei sindacati. Dopo, però, il Sindaco (Carlo Capacci, ndr) ha avocato a se le trattative dicendo che lui era un imprenditore e che noi eravamo persone che non rappresentavamo nessuno. Poi è successo quello che successo. La fabbrica è stata chiusa, i lavoratori non sono stati in grado di reagire. Erano e sono tempi difficili per rappresentare gli interessi degli ultimi.

Quando sono arrivato la prima volta a Imperia c’è ancora un modo per arrivarci in maniera fluida per il commercio. In auto, con i treni, con le navi. Questo oggi manca a Imperia. Non c’è la possibilità di lavorare, di valorizzare questa città. C’erano 3 milioni di alberi di olive a Imperia, io sono convinto che se andiamo a contarli oggi non c’è n’è più neanche un milione e mezzo. Le nostre produzioni di valore non hanno più prospettive, quando io bevo l’olio che viene fatto sbattendo le nostre olive non c’è paragone con quello che si compra. E lo stesso per la pasta, aveva un gusto, un valore. Questo non c’è più. Vorremmo in qualche modo riprendercelo”.

Giovanni Zecchini (vicepresidente Compagnia Portuale Maresca)

Sei anni fa hanno chiuso lo stabilimento, nonostante tutto siamo ancora qui. Nonostante ci stanno levando il terreno sotto i piedi, nonostante ci troviamo a lavorare sempre con meno spazi. C’è stata tolta Calata Cuneo, avevamo un contratto con la Go Imperia, ma causa Covid siamo stati estromessi dal servizio di guardenaggio. Nel periodo Covid noi abbiamo comunque lavorato, scaricando le navi di cemento, magari i lavoratori Agnesi, se ci fosse stato lo stabilimento, avrebbero potuto distribuire la pasta alle persone in difficoltà. Invece c’era un deserto in città. Noi riteniamo che una città debba avere altri sbocchi, non un’unica direzione. Abbiamo visto, durante la pandemia, come l’idea di puntare solo sullo sviluppo turistico sia stata fallimentare. Vediamo questi enormi yacht, mi ricordano quando da piccoli ci portavano a vedere i signori che mangiavano il gelato attraverso le vetrine. Noi cittadini che guardiamo cosa fanno gli altri. 

Il futuro della Compagnia? Dipende dalle scelte. Sappiamo che l’intenzione è quella di spazzarci via, perché diamo fastidio. Prima era il grano che faceva polvere, oggi è il cemento a fare polvere. I mega yacht invece sono belli da vedere. Il problema, però, è che bisogna far lavorare la gente, dare delle opportunità ai giovani. I nostri giovani sono destinati ad andare a lavorare in bar, ristoranti, alberghi, ma non vedo altri sbocchi. Il futuro non è per niente roseo“.