GIORNATA IN RICORDO DELLE VITTIME DELLA MAFIA. IL PROCURATORE PRADELLA AI RAGAZZI DI “LIBERA”:”RICORDO QUEL PENTITO QUANDO MI REGALÒ…”/ FOTO E VIDEO

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I PM Michele Di Lecce, Grazia Pradella e Roberto Cavallone sono intervenuti nell’ambito del seminario organizzato da “Libera” dal nome:”Mafie in Liguria: facciamo il punto”.

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Imperia – Grandissima partecipazione questo pomeriggio al Polo Universitario imperiese dove si è tenuto il seminario, organizzato dall’associazione “Libera” nell’ambito della giornata in ricordo delle vittime della mafia. I relatori Michele Di Lecce, Procuratore Capo della Repubblica presso il Tribunale di Genova, Grazia Pradella Procuratore Aggiunto della Repubblica presso il Tribunale di Imperia e Roberto Cavallone, Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Imperia sono intervenuti sul tema:“Mafie in Liguria: facciamo il punto”. Dopo l’intervento di Di Lecce, la parola è passata al sostituto Roberto Cavallone che ha ripercorso le indagini svolte contro la criminalità organizzata ritenute utili poi alla Divisione Distrettuale Antimafia di Genova che ha portato al processo contro l’ndrangheta a Ventimiglia. Infine l’intervento del Procuratore Aggiunto Pradella

“Avevo 25 anni – racconta il Procuratore Aggiunto Grazia Pradella – quando feci il primo processo di ‘Ndrangheta nel varesotto. In Lombardia, negli anni ’90 l’Ndrangheta si sviluppò principalmente nell’interland milanese, varesotto, lecchese, Buccinasco, Corsico. Mi trovai a giudicare un pentito che poi divenne il più grande pentito dell’Ndragheta del Nord d’Italia, tale Antonio Zagari, che il secondo giorno di processo che mi “omaggiò” gentilmente di un suo libro dal titolo: “Amazzare stanca”. Dovete pensare a un giovane magistrato di 25 anni che si trova a giudicare Zagari che racconta di 41 omicidi, 180 persone chiamate in correità, lì nacque il processo isola felice e che improvvisamente spiegò alla cittadinanza milanese che l’ndrangheta c’era, che aveva il monopolio della droga e che uccideva.

Molti passi sono stati fatti da quel 1990, passi che hanno contato sulla collaborazione di alcuni pentiti, più o meno efficaci ma che ci hanno insegnato a noi magistrati e ai cittadini che nessuno era indenne. Noi eravamo esattamente come in Calabria con una differenza di sostanza: mentre in Calabria la ‘ndrangheta aveva una funzione supplettiva dello Stato, se avevi un problema ti rivolgevi al capo bastone, noi per trovare questo tipo di soluzioni bastava che ci recassimo a Buccinasco, dove c’erano 5 mila residenti della locride oppure nel lecchese dove la famiglia che ho trovato aveva tutte le attività di ristorazione e ci trovavamo in questa situazione. E così abbiamo imparato anche noi magistrati ad avere a che fare con una mentalità di minaccia diffusa. Di passi ne abbiamo fatti e la cosa che vorrei sottolineare maggiormente oggi è che non bisogna fare molta strada per trovare la ‘ndrangheta, sia per quanto riguarda la Lombardia che la Liguria perché la ‘ndrangheta negli otto anni, in Lombardia in particolare, si è infiltrata nelle istituzioni con compiti bene precisi. Nell’operazione “Infinito” il direttore dell’Asl di Pavia per associazione esterna di stampo ‘ndranghetista, sono stati arrestati degli avvocati, dei colleghi magistrati. La ‘ndrangheta ha fatto il salto cioè quello di inserirsi nel secondo un ragionamento organizzato, negli angoli vitali delle istituzioni laddove ci sono i soldi e non a caso la Lombardia conta un sistema sanitario che è a livello economico la prima voce del bilancio della Regione Lombardia. Quindi là ci sono state delle infiltrazione ormai provate.

La ‘ndrangheta non ammazza più come una volta, ma compra farmacie, si infila nelle direzioni delle Asl e nei comuni dell’hinterland milanese con personaggi che sono figli di ‘ndraghetisti, calabresi di seconda generazione, oppure da personaggi che non hanno mai avuto a che fare con la Calabria ma che sono stati inglobati, non a livello di famiglia ma a livello di collaborazione esterna, nell’organigramma ‘ndranghetista. Sotto questo profilo, tutti noi, i giudici in primis ma anche voi potete non solo accorgervi di un sistema ma penetrarlo e sconfiggerlo, è l’unica speranza che abbiamo. Voglio ringraziare “Libera” per quello che sta facendo per un mio collega che è anche diventato amico Nino Di Matteo perché quando si fanno certi tipi di indagini, lo dico per esperienza personale e vi parlo di stragi, si è soli completamente e spesso un corteo di ragazzi che ti fa scendere dal palazzo di giustizia per stringere le mani a un magistrato isolato può dare la carica psicologica e umana per continuare. Abbiamo bisogno per essere dei bravi magistrati di avere dei cittadini leali e che credano nella Costituzione e in quello che noi facciamo, non tanto perché facciamo qualcosa di bello e di eroico, ma perché facciamo qualcosa di corretto, di aderente alle regole, di profondamente, appassionatamente democratico”. 

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