IMPERIA. MORTE MATTEO MARAGLIOTTI. VIA AL PROCESSO, IN AULA IL DRAMMA DEI GENITORI: “TUTTO INIZIÒ CON UN MAL DI TESTA, POI…”/L’UDIENZA

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Ha preso il via questa mattina in Tribunale a Imperia il processo che vede sul banco degli imputati la dott.ssa Roberta Thomatis, medico di famiglia, accusata di omicidio colposo per la morte del giovane Matteo Maragliotti avvenuta il 21 gennaio 2013

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Ha preso il via questa mattina in Tribunale a Imperia il processo che vede sul banco degli imputati la dott.ssa Roberta Thomatis, medico di famiglia, accusata di omicidio colposo per la morte del giovane sedicenne Matteo Maragliotti avvenuta il 21 gennaio 2013 all’ospedale Borea di Sanremo a seguito di un’infezione cerebrale.

In aula, davanti al giudice Massimiliano Botti (Pm Francesca Sussarellu), erano presenti Roberta Thomatis, difesa dagli avvocati Bruno Di Giovanni e Angelo Monge, Sabrina Bonfadelli e Franco Maragliotti, genitori di Matteo.

Tre le parti civili costituitesi nel processo, i genitori e il nonno (Vincenzo) di Matteo Maragliotti, rappresentati dall’avvocato Sonia Borgese. In fase di udienza preliminare, lo ricordiamo, il giudice Massimiliano Raineri aveva escluso la responsabilità dell’Asl e dell’assicurazione Unipol.

FRANCO MARAGLIOTTI

“Il 6 dicembre del 2012 abbiamo richiesto la prima visita per Matteo per una gara di ballo. Mia moglie diceva che Matteo era stanco e con alitosi. Il medico, la dottoressa Thomatis, disse di somministrargli della pasta dentifricia disinfettante. Aveva anche un forte mal di testa. L’8 gennaio la dottoressa lo visitò, prescrivendo dei farmaci. Dopo alcuni giorni, però, la febbre non era passata e neppure il mal di testa. La dottoressa parlò di sospetta polmonite silente e per questo motivo andammo al pronto soccorso. Ci fu una prima visita, con somministrazione di antibiotici Chiesi di fare dei raggi alla testa, ma nessuno fece nulla. Vennero fatti invece dei raggi ai polmoni. La diagnosi, sospettaa mononucleosi, visto che i sintomi erano appunto febbre alta, mal di testa forte e stanchezza. Venne sospeso l’utilizzo di antibiotici.

Il 17 gennaio Matteo aveva l’occhio molto gonfio, sporgente. Volevo portarlo al Gaslini, ma la dottoressa mi disse di restare a casa. Il 19 gennaio Matteo crollò a terra, con braccia e gambe molli. Andammo al Pronto Soccorso, gli misero il catetere. Mai nessuno, fino a quel momento, mi aveva detto che mio figlio poteva rischiare la vita. Matteo venne portato nel reparto malattie infettive. Il giorno successivo, mentre lo giravano su un fianco per pulirlo, se ne andò in un attimo. ‘È rimasto troppo tempo senza ossigeno, non c’è niente da fare’ mi dissero’.

Conoscevo la dottoressa Thomatis da anni. Ci siamo sempre dati del tu, ci sentivamo via telefono. Chiamò lei in Pronto Soccorso, anche il medico, Fichera, era informato. Tutto è iniziato con il mal di testa e con capisco perché nessuno gli abbia mai voluto fare dei raggi alla testa per capire il perché di quei continui dolori. Nessuno mi ha mai ascoltato. La Thomatis mi rassicurò, dicendo che era una mononucleosi e che Matteo ne avrebbe avuto per 15-20 giorni. Quando si gonfiò l’occhio sinistro, il bulbo era molto sporgente, pendeva verso il basso. La chiamai, le dissi ‘Roberta, fa paura’. Lei mi disse che ero un matto a volerlo portare al Gaslini perché c’era un forte maltempo, di tenerlo a casa e di stare tranquillo”.

“Per la morte di Matteo l’Asl mi offrì un risarcimento di 165 mila euro sostenendo di avere il 20% di responsabilità. Un anno e mezzo dopo la morte di Matteo presentai una denuncia ai Carabinieri, perché nessuno aveva avviato un’indagine d’ufficio”.

SABRINA BONFADELLI

“Matteo era un ballerino di Hip Hop. A dicembre del 2012 Matteo iniziò a non sentirsi bene. Stanchezza e alitosi i sintomi. A gennaio doveva andare a Riccione per una gara e quindi doveva fare la visita medica. La dottoressa visitò mio figlio e disse di averlo trovato in buone condizioni. Mi prescrisse una pasta dentifricia disinfettante. Una volta a Riccione Matteo mi chiamò per dirmi di avere un forte mal di testa. Appena tornato dallo stage, il 6 gennaio, continuò a lamentarsi, aveva una forte febbre. Chiamai la dottoressa e riferii i sintomi. L’8 gennaio lo visitò e gli riconobbe una sinusite mascellare e prescrisse Unidrox, Aerosol e Oki. Matteo però continuava a stare male, con mal di testa spaventoso e febbre.

Il 13 gennaio ci disse di andare al pronto soccorso. La dottoressa disse a Franco che avrebbe avvisato lei il Pronto Soccorso per non avere attese, perché forse c’era una polmonite silente in corso. Franco arrivò al pronto soccorso, ad accoglierlo c’era il dottor Fichera. Mio marito segnalò che Matteo aveva la sinusite e che aveva mal di testa.

Il dott. Fichera sospettava una mononucleosi e gli tolse la cura antibiotica. Il giorno dopo portammo Matteo a fare gli esami del sangue. Dissero a mio marito che sarebbero stati pronti entro due o tre giorni. La dottoressa ci disse che ci avrebbe dato la possibilità di avere i risultati prima. Ci scrisse che il test era positivo e che doveva contintuare la terapia del medico del pronto soccorso. Ci tranquillizzammo, ma il male di Matteo non passava, anzi stava peggiorando.

Il 17 gennaio Matteo continuava a stare molto male e Franco era molto preoccupato. La sera stessa Matteo iniziò ad avere l’occhio gonfio, quasi fuori dell’orbita. Franco voleva portarlo al Gaslini. La dottoressa ci disse di tenerlo in casa. Noi ascoltammo la dottoressa, avevamo fiducia. Il giorno dopo l’occhio era meno gonfio, ma il mal di testa era forte, tanto che Matteo cadde a terra. Andammo così all’ospedale.

Gli toccarono le meningi, gli fecero la Tac e dopo il pomeriggio lo portarono con l’ambulanza a Sanremo, al reparto infettivi. Io li seguii  con la macchina. Lo ricoverarono in reparto con le flebo. Io rimasi fino ad una certa ora e Matteo si era messo a tremare molto, non riusciva più a parlare. Era sempre più assente. Il mattino seguente, aveva fatto la notte Franco, io dovetti tornare a casa. Matteo era completamente assente, le operatrici lo avevano girato per pulirlo e Matteo stava soffocando. Le operatrici non erano accorte della gravità della situazione. Avevano cercato di ventilarlo, ma era troppo tardi. Venne portato in rianimazione. Il medico ci disse che Matteo non aveva più speranze perché non era arrivato per troppo tempo l’ossigeno al cervello”.

 

 

 

 

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