Imperia: a 99 anni sconfigge il Covid, la storia della signora Zita. “Non bisogna mai mollare”

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La (quasi) centenaria era stata contagiata a inizio febbraio dalla figlia Laura, 71enne, la quale, a differenza della madre, ha avuto un decorso della malattia molto più difficile, finendo in ospedale per due settimane.

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“Bisogna pensare sempre al meglio, mai al peggio“. Queste le parole di Arbea Zita, 99 anni compiuti, abitante ad Artallo (Imperia), dopo essere guarita dal Covid.

La (quasi) centenaria era stata contagiata a inizio febbraio dalla figlia Laura, 71enne, la quale, a differenza della madre, ha avuto un decorso della malattia molto più difficile, finendo in ospedale per due settimane.

Fortunatamente, ora le due donne stanno entrambe meglio e sono negative. Per questo hanno deciso di raccontare la loro storia per lanciare un messaggio di ottimismo e speranza rivolto a coloro che stanno affrontando la malattia, invitando tutti a non mollare mai, a qualsiasi età.

Imperia: a 99 anni sconfigge il Covid, la storia di Zita Arbea

Signora Zita, come ha contratto il Covid?

“Mia figlia è tornata a casa dal parrucchiere e io ho cominciato ad avere un forte mal di gola, a tossicchiare. Era come se avessi degli spilli nella gola. E poi un pò di catarro. Mi hanno dato delle pastigliette di cortisone, mezza dose, per i primi quattro giorni, e poi un quarto di dose, per gli altri quattro”.

Ha capito subito che poteva essere il Covid?

“Dato che eravamo insieme e che mia figlia ha cominciato a stare poco bene, ci abbiamo pensato, si. Io, però, sinceramente non me l’aspettavo perché non ero andata dal parrucchiere”.

Cosa ha pensato quando ha scoperto di essere positiva?

No, io sinceramente no. Non avevo sintomi particolari, tranne il mal di gola, che poi è passato, e il catarro, come per altro tutti gli anni quando faccio l’influenza in inverno”.

Come ha vissuto il ricovero in ospedale di sua figlia?

“Un po’ preoccupata, per lei non per me. Poi dato la mia età, non è che mi preoccupassi tanto per me, tanto in qualche modo me ne devo andare lo stesso”.

Durante la malattia chi le è stato vicino?

“Mio genero, il compagno di mia figlia, mi preparava da mangiare e si prendeva cura di me”.

Laura Cappelletti, lei ha 71 anni ed è stata in Ospedale. Ci racconta la sua esperienza?

“Io ero una paziente a rischio perché ho subito un’angioplastica e quindi ho degli stent alle coronarie. Forse per quello è stata più dura e il virus mi ha aggredito in modo più pesante. L’esperienza è stata positiva dal punto di vista medico, perché a Sanremo sono tutti competenti, bravi, attenti, disponibili, gentili. Per il resto è stato pesante, difficile, soprattutto quando ti applicano la maschera e la devi tenere giorno e notte. Io non so, chi soffre di claustrofobia penso che muoia. Non per il virus, ma per le crisi di panico. All’inizio hai questa sensazione di soffocamento perché la maschera è completamente aderente al viso. Sembra che non ti lasci lo spazio per respirare. L’ossigenazione è forzata, quindi non hai la possibilità di fare un ampio respiro, ma respiri a seconda del ritmo della macchina. E poi di notte non si dorme, non ho dormito per 15 giorni. Comunque l’importante è uscirne.

Poi sapevo che mia madre era a casa e che il mio compagno era negativo e quindi non si sarebbe potuto avvicinare. Però com’è possibile? Mia madre sarebbe dovuta andare in una struttura, anche se non aveva grandi sintomi, e il mio compagno sarebbe dovuto rimanere isolato. All’età di mia madre andare in una struttura c’è il rischio, più che del Covid, di perdere il cervello.

L’importante è che mia madre non abbia avuto gravi ripercussioni. Io faccio gli esercizi di respiro, devo farli per due mesi, perché comunque il Covid ti lascia strascichi. Non è vero che non li lascia. Lei invece non deve fare niente, la saturazione è buona. E’ andata bene così insomma”.

Signora Zita, Lei ha vissuto anche il periodo della guerra. C’è chi paragona il coprifuoco di oggi a quello della Seconda Guerra Mondiale. Lei ha trovato delle similitudini?

Io ho fatto la gioventù sotto le bombe. A 20 anni ero proprio nel pieno dei bombardamenti, vivevo a Milano. Per la mia età, oggi, il coprifuoco non mi interessa. Capisco i ragazzi, perché il coprifuoco vuol dire molto. Durante la guerra il coprifuoco voleva dire oscurare tutte le finestre, i balconi, le entrate. Era buio pesto, non è come il coprifuoco di oggi che puoi lasciare la luce accesa. Era buio completo”.

Lei è guarita, ma se avrà la possibilità di fare il vaccino lo farà?

“Non so se me lo fanno. Se me lo fanno però lo prendo, non lo rifiuto. Io ho visto l’altro giorno in televisione una signora a cui stavano facendo il vaccino. Le hanno chiesto quanti anni ha? E lei ha risposto 104. Io spero che tutti possano fare il vaccino. Solo che va un pò a rilento la campagna, vorrei che fosse più veloce per i giovani, non tanto per i vecchi”.

Un messaggio a chi oggi sta affrontando la malattia?

Zita

“Bisogna pensare sempre al meglio, mai al peggio. Uno non deve demoralizzarsi prima del tempo. Bisogna sempre sperare in meglio”.

Laura

“Bisogna combattere. E bisogna fare in Ospedale quello che dicono di fare. Anche se è un sacrificio, anche se è pesante. Anche se ti senti male, è tutto fatto a fin di bene. Se vuoi uscirne devi darti da fare anche tu, non puoi rassegnarti. Questo è importante, a qualsiasi età”.

 

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