Morte Martina Rossi: processo per falsa testimonianza a Genova. Imputati chiedono messa alla prova

Attualità Imperia

Si è aperto ufficialmente ieri, 9 dicembre, a Genova, dopo una lunga serie di rinvii e intoppi, il processo che vede sul banco degli imputati Federico Basetti e Enrico D’Antonio, i due giovani aretini accusati di  falsa testimonianza nell’ambito dell’inchiesta sulla morte di Martina Rossi, la studentessa imperiese che, il 3 agosto 2011 a Palma di Maiorca, perse la vita precipitando dal balcone dell’Hotel Sant’Ana,dov’era in vacanza con le amiche.

Per quei tragici fatti sono stati condannati a 3 anni di carcere per tentata violenza sessuale Luca Vanneschi e Alessandro Albertoni (in attesa di risposta, da parte del Tribunale di Sorveglianza di Firenze, alla richiesta di affidamento in prova ai servizi sociali come misura alternativa al carcere).

Basetti e D’Antonio , durante le indagini, avrebbero raccontato bugie nel tentativo di depistare gli inquirenti e proteggere i due amici, con i quali condivisero la vacanza alle Isole Baleari.

Ieri, in aula, i legali dei due giovani hanno chiesto la messa alla prova per estinguere il reato contestato.

Genova: Basetti e D’Antonio pronti a chiedere scusa

Nel dettaglio, Basetti e D’Antonio hanno fatto sapere, attraverso i loro legali, di aver preso le distanze da Vanneschi e Albertoni, di essere pronti a chiedere scusa, con una lettera, ai genitori di Martina Rossi, papà Bruno e mamma Franca , e a versare una somma in denaro che, nelle volontà della famiglia, andrà a sostenere associazioni e iniziative a tutela delle donne.

Il giudice Paolo Lepri ha fissato una nuova udienza per il prossimo 7 aprile. Nel caso in cui venisse accolta la richiesta dei due imputati, il processo terminerà.

Basetti e D’Antonio: ecco le accuse

L’accusa di falsa testimonianza risale al 17 dicembre 2013 quando, nel corso del procedimento penale relativo alla morte di Martina Rossi (in quel momento a carico di ignoti), i due giovani aretini vennero interrogati come persone informate sui fatti per fornire informazioni ai fini delle indagini, come richiesto dal Publico Ministero.

Federico Basetti

  • Secondo l’accusa, Basetti avrebbe reso “dichiarazioni false e taceva in tutto o in parte ciò che sapeva intorno ai fatti in cui veniva sentito. In particolare, confermava le dichiarazioni reticenti e mendaci già rese alla Polizia Giudiziaria; ribadiva la dichiarazione mendace circa il fatto di aver percepito, nell’immediatezza della discesa di Luca Vanneschi dalla camera in cui era avvenuto il tragico evento, la frase ‘Martina si è buttata’. Pur a fronte di specifiche contestazioni dell’inverosimiglianza di tale versione, ribadiva di essersi portato nella hall dell’albergo a seguito dell’Albertoni (dichiarazione contrastante con quella, sicuramente attendibile, di entrambe le due giovani che si trovavano nella camera del primo piano); rifiutava di riferire l’esatto contenuto del colloquio intercorso alle tre del mattino dell’8 febbraio 2o12 (lo stesso in cui doveva essere sentito dalla polizia giudiziaria) presso la sua abitazione con l’Albertoni e con il Vanneschi di ritorno da Genova, dove erano stati sentiti dalla polizia giudiziaria; rifiutava di dare una ragionevole spiegazione della frase captata in intercettazione ambientale, allorché rivolgendosi al Vanneschi lo aveva rassicurato di ‘non aver parlato per niente'”.

Enrico D’Antonio

  • Secondo l’accusa, D’Antonio avrebbe reso “dichiarazioni false e taceva in tutto o in parte ciò che sapeva intorno ai fatti in cui veniva sentito. In particolare, confermava le dichiarazioni reticenti e mendaci già rese alla Polizia Giudiziaria; affermava ripetutamente di non ricordare circostanze già oggetto di sua precedente deposizione alla Polizia Giudiziaria, relative ad eventi particolarmente significativi, come ad esempio se l’incontro con il Vanneschi fosse avvenuto nel corridoio del primo piano o nella hall dell’albergo; se il Vanneschi fosse sceso dalle scale o mediante l’ascensore; i suoi comportamenti immediatamente dopo aver appreso la tragica caduta della giovane genovese; se l’Albertoni si fosse portato alla camera del sesto piano prima dell’arrivo della polizia per farvi sparire la sostanza stupefacente che vi era custodita; di non ricordare le parole dell’Albertoni nell’immediatezza dell’evento; di non ricordare di aver avuto un incontro a Castiglion Fibocchi presso un bar per concordare la versione da dare alla Polizia in occasione dell’interrogatorio dell‘8 febbraio 2012 (circostanza confermata come evento storico dallo stesso Basetti); di non ricordare se il Basetti, che aveva avuto un incontro nel cuore della notte con l’Albertoni e con il Vanneschi, nel corso del tragitto percorso insieme in autovettura per portarsi a Genova, dove dovevano essere interrogati, gli avesse riferito il contenuto di tale colloquio (sicuramente rilevante dato l’orario e le circostanze in cui si era tenuto); di non ricordare niente di quello che l’Albertoni e il Vanneschi gli avrebbero riferito in merito alle circostanze che avevano preceduto la tragica caduta della Rossi; di non sapere spiegare il senso della conversazione ambientale captata dalla Polizia Giudiziaria, nel corso della quale egli medesimo aveva detto al Basetti di aver ‘svignato’ le domande della Polizia; assumeva inoltre un comportamento palesemente reticente, contrassegnato con ben 47 ‘non ricordo‘ su nove pagine di verbalizzazione ed altre frasi analoghe ‘non so spiegare’, ‘non ho nulla da dire’, ‘non so come mai’, manifestando così un comportamento sintomatico di totale amnesia e rimozione degli eventi, pur negando di essere affetto da qualsivoglia patologia che potesse giustificarlo”.
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