ELEZIONI POLITICHE 2018. COLDIRETTI INCONTRA I CANDIDATI. PRESENTATE 11 RICHIESTE PER IL NUOVO PARLAMENTO/I DETTAGLI

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Stamane la Coldiretti ha incontrato numerosi candidati alle prossime elezioni politiche. Nel corso dell’incontro, cui hanno preso parte anche una trentina di esponenti dell’associazione, sono state illustrate le richieste che la Coldiretti presenta al nuovo Parlamento, e che si possono così riassumere:

  • Etichettatura obbligatoria per tutti gli alimenti
  • Istituzione del Ministero del cibo
  • Processi di semplificazione della burocrazia per le imprese agricole
  • Eliminazione del segreto sulle importazioni di prodotti alimentari
  • Approvazione definitiva del disegno di legge sui reati agroalimentari

Il tutto inquadrato nella campagna da tempo in atto per ottenere una più efficace trasparenza della filiera agroalimentare, a difesa sia dei produttori che dei consumatori.

La politica della Coldiretti (Siamo a-partitici, ma non a-politici) è stata spiegata dal Presidente Antonio Fasolo e dal Direttore Domenico Pautasso. Sono poi intervenuti nella discussione i candidati Giorgio Mulé, Pietro Mannoni, Paolo Ripamonti, Piera Poillucci e Carla Nattero.

Particolare attenzione è stata rivolta alla tutela dei prodotti nazionali contro il “falso made in Italy” che ormai rappresenta una fetta consistente dell’agroalimentare, con un fatturato di 60 miliardi di euro, e alla necessità di salvaguardare il nome Taggiasca dall’invasione di prodotti similari provenienti da Spagna, Albania, ex Jugoslavia e Grecia. A questo proposito è stato auspicato un approfondito confronto con tutti i protagonisti del settore.

La Coldiretti chiede

1) votare contro la ratifica del CETA e di altri analoghi accordi commerciali di libero scambio in corso di negoziato: Singapore; Giappone (JEFTA); Mercosur (Argentina, Brasile, Uruguay, Paraguay e Venezuela); Australia e Nuova Zelanda, per riaprire un dibattito sui contenuti e le regole del commercio tra UE e il resto del mondo a partire da diritti, agricoltura, ambiente e coesione sociale e per impedire che siano subordinate, la salute, la sovranità alimentare, la salvaguardia dell’ambiente e delle condizioni di lavoro, alla liberalizzazione degli scambi;

2) respingere tutti gli accordi commerciali in corso di negoziato in quanto non siano preceduti da dettagliate valutazioni d’impatto economiche, sociali e ambientali a livello europeo, nazionale e globale;

3) rifiutare tutti gli accordi negoziati che non abbiano un’adeguata e trasparente partecipazione dei cittadini, dei loro rappresentanti e delle loro organizzazioni, a partire dagli eletti nel Parlamento europeo e nei Parlamenti nazionali, a garanzia dell’obiettivo che le politiche commerciali privilegino l’interesse generale e non quello di potenti lobbies economiche;

4) ottenere che tutti i negoziati commerciali collochino gli standard sociali, ambientali e nella salute almeno al medesimo livello delle norme specificamente commerciali e rendano così effettivi meccanismi di sanzione per chi non li rispetta. Gli accordi su commercio e investimenti devono definire il principio di precauzione come obbligo legale di tutelare salute pubblica e ambiente, da applicarsi a tutte le parti dell’accordo.

5) dare adeguata attenzione in tutti i negoziati commerciali, al rispetto dei diritti dei lavoratori e alle modalità di produzione, ovviando alla asimmetria fra paesi dettata dalle condizioni odierne che nelle importazioni vedono da un lato normative giustamente severe sul “caporalato” (vedi Italia), dall’altro processi di produzione che hanno come presupposto forme di “caporalato legalizzato”;

6) assicurare che tutti gli accordi su commercio e investimenti rispettino e garantiscano elevati standard di tutela dei consumatori. In particolare, occorre impedire il commercio di alimenti contenenti sostanze o residui di sostanze non autorizzate a livello europeo al di là del rispetto dei limiti di tolleranza (ad esempio: ormoni, glifosate, etc.);

7) respingere tutti gli accordi commerciali che contengano meccanismi d’arbitrato come ISDS e ICS che, violando il principio di uguaglianza, pongano le multinazionali e gli investitori esteri in condizione di privilegio rispetto ai cittadini e agli Stati e perseguire l’equità fiscale e più severi controlli sui flussi finanziari contrastando ogni forma di concorrenza sleale, che contribuisce alla crescita esponenziale delle disuguaglianze e dei profitti di pochi;

8) riconoscere esplicitamente in tutti gli accordi commerciali, le regolamentazioni sociali e ambientali come misure di protezione necessarie allo sviluppo dei territori e al benessere delle comunità e non come barriere non tariffarie agli scambi;

9) impedire che attraverso i negoziati commerciali si forzi una deregulation nel settore agroalimentare sicché la combinazione del principio della fabbricazione sufficiente con quello di ultima trasformazione sostanziale, contenuto nel codice doganale, possa nascondere alla scelta dei consumatori la conoscenza e l’origine geografica degli alimenti;

10) respingere tutte le limitazioni introdotte dai trattati internazionali alla protezione delle indicazioni geografiche e al riconoscimento del “made in”. Si tratta di limitazioni che si fanno sentire in particolare nel nostro paese e minacciano radicalmente la distintività del nostro patrimonio agroalimentare con la volgarizzazione dei nomi dei prodotti tipici a partire dal parmesan;

11) pretendere che il flusso dei dati personali e sensibili nell’e-commerce non sia liberalizzato e impedire che i cittadini possano perdere il controllo sulla localizzazione dei  propri dati e gli Stati su quello dei propri cittadini.