LA SVOLTA. LA TESTIMONIANZA DEL PENTITO CRETAROLA: “DELL’NDRANGHETA MI AFFASCINAVANO LE REGOLE DELL’ONORE E DELLA FRATELLANZA

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Processo la svolta

Imperia – Nuova udienza, dopo la sospensione per le vacanze pasquali, del processo “La Svolta” relativo all’operazione anti ‘ndrangheta messa a segno dai Carabinieri coordinati dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Genova nel dicembre dell’anno scorso nei Comuni di Ventimiglia, Bordighera e Diano Marina. Inizia così la tanto attesa deposizione del super pentito Gianni Cretarolatestimone chiave secondo il pm Giovanni Arena. In aula, tra gli altri, c’è anche il padre di Daniele Delfino, il ragazzo che nel 2001 il pentito Cretarola, a 19 anni, aveva ucciso con una coltellata alla gola durante una serata sulla spiaggia per motivi assolutamente futili.

Dopo la nomina dell’avvocato Valeria Maffei dal pentito Cretarola come suo avvocato per la difesa, inizia l’esame da parte del pm Arena che chiede un rapido racconto delle condanne a carico del pentito: “Ho una condanna in primo grado e una condanna definitiva per un omicidio commesso a Sanremo nel luglio 2001, per 15 anni, finiti di scontare nel luglio 2011 a Roma. Dopo ho avuto una condanna a 12 anni la settimana scorsa per l’omicidio Femia avvenuto a gennaio del 2013″.

Ho iniziato a commettere reati durante l’adolescenza come furtarelli e spaccio di hashish – spiega il pentito Cretarola – Poi ho conosciuto tramite le mie origini calabresi, di Reggio Calabria, Massimo Gangemi e Mandarano che mi fornivano la cocaina così ho iniziato a spacciare. Loro due facevano vedere il loro essere appartenenti alla ‘ndrangheta ed è sbagliatissimo. Anche se da ragazzino ne ero affascinato, dopo ho capito che non era il comportamento giusto da tenere infatti quando ero a Roma e esercitavo la professione di ‘ndranghetista, non ho mai avuto un fermo”.

Li frequentavo al bar Cacciatori, ci vedevamo quasi tutte le sere per gli affari legati alla cocaina, poi hanno inziato a presentarmi ad alte personalità della ‘ndrangheta presentandomi come un giovanotto d’onore perchè io avevo il desiderio di affiliarmi. Un giorno Gangemi, al ritorno da un tatuaggio con una rosa con tre foglie mi spiegò il significato dicendo che erano la picciotteria, la camorra e lo sgarro: rappresentava una sua dote, quella dello sgarrista (una delle cariche più alte che si potevano ottenera all’interno del locale ‘ndranghetista prima dell’introduzione della Santa). Ero affascinato dalle regole dell’onore, della fratellanza e di giusto”.

Gangemi mi regalò anche un coltello a serramanico con due lame, da una parte un rasoio dall’altra una lama classica e mi spiegò che il rasoio era per sfregiare gli infami e la lama era per difendere l’onore nostro”