Imperia: “Crescere uomini”, a tu per tu con la scrittrice Monica Lanfranco. “I giovani di oggi hanno introiettato cultura sessista. Palombelli? Ha commesso un errore gravissimo” / Foto e video

Cultura e manifestazioni

Un uomo che compie un femminicidio è un uomo che non è stato educato al fatto che la donna è intera, che non è sua, che la relazione non è di possesso, ma di scambio“. Queste le parole di Monica Lanfranco, giornalista e formatrice sui temi della differenza di genere e sul conflitto, che, ieri, ha presentato il suo libro “Crescere uomini – Le parole dei ragazzi su sessualità, pornografia, sessismo”, in piazzetta dell’Ospizio. L’evento è stato organizzato dall’associazione culturale ApertaMente Imperia, con il supporto del CSV POLIS e il sostegno della Libreria Ragazzi.

Il libro nasce da un questionario sottoposto a oltre mille giovani dai 16 ai 19 anni, composto da 5 domande: Cos’è per te la sessualità? Cosa significa essere virile? Cosa provi quando leggi di uomini che violentano le donne? Pensi che la violenza sia una componente della sessualità maschile? La pornografia influisce, e come, sulla tua sessualità? 

Insieme all’autrice abbiamo esaminato il quadro che emerge dalle 5.500 risposte fornite dai ragazzi, affrontando diversi temi legati alla sessualità.

Imperia: “Crescere uomini”, a tu per tu con la scrittrice Monica Lanfranco

Quale quadro emerge dalle risposte dei giovani?

Emerge un quattro preoccupante e lo dico anche da madre di due figli maschi. Questi ragazzi, che sono i nostri figli, hanno introiettato la cultura del sessismo quasi uguale a quella dei loro nonni, con un di più inquietante che è la possibilità di reperire informazioni su Internet riguardo alla sessualità che, oltre a essere informazioni prese in totale solitudine senza nessun confronto, vengono dai siti pornografici. Il tema particolarmente inquietante è la modalità di apprendimento di quello che dovrebbe essere la relazione del loro corpo con il corpo dell’altro: YouPorn. È qualcosa di cui come madre, come padri, in generale come persone che si curano della salute delle nuove generazioni non possiamo non occuparcene”.

Quali domande ha posto ai ragazzi?

“Erano cinque domande. Le domande erano in origine sei, perché nel 2013 rivolsi le stesse domande agli uomini adulti e ne venne fuori un altro libro e una pièce teatrale, la prima pièce teatrale italiana per uomini normali non per attori. Naturalmente la domanda sul calo del desiderio non l’ho fatta ai ragazzi molto giovani. A loro ho chiesto: che cos’è per te la sessualità? Essere virile che significa? Cosa provi quando leggi di uomini che violentano le donne? Pensi che la sessualità maschile sia più aggressiva di quella femminile? La pornografia che ruolo ha nella tua sessualità? La cosa molto preoccupante è che c’è una percezione del proprio corpo da parte di questi ragazzi tra i 16 e i 19 anni come di strumenti che a certo punto in maniera ineluttabile devono per forza concludere un rapporto, il corpo in pratica come una potenziale arma. La percezione del corpo maschile, in generale, più muscolare di quello femminile, come un corpo che offende, che può essere violento. Questo è interessante perché significa che loro respirano, vedono, imitano esempi ‘machisti’, il che vuol dire che se la cultura cambia anche la percezione del loro corpo può cambiare. Lo dobbiamo fare noi, lo devono fare le generazioni più anziane, le persone che operano insieme alle giovani generazioni”.

Ci sono state risposte che le sono rimaste impresse?

“Sì. Nell’introduzione del libro racconto cosa mi è successo, perché nella lunga estate nella quale esaminato queste 5.500 risposte mi sono ammalata, in particolare la malattia della rabbia e dell’impotenza, il fuoco di Sant’Antonio. Ne sono guarita solo quando ho preso un po’ di distanza.

Solo per esemplificare, al netto anche della provocazione, che ci può stare quando a scuola qualcuno ti dice ‘devi rispondere a 5 domande’, ricordo che alla domanda ‘che cos’è per te la sessualità’, mi colpì come una pugnalata questa risposta: ‘bho, trovare una e sfondarla finchè i genitori non la riconosco’. Al netto della provocazione la mia memoria corre ad un film tremendo, intitolato “Sotto Accusa”, in cui a un certo punto in Tribunale viene fuori lo stesso verbo che veniva usato per incitamento dagli stupratori mentre stupravano la protagonista che era una giovane cameriera ubriaca. Fatti di cronaca, anche molto recenti, ci portano da quel film all’oggi.

Noi rischiamo di avere una generazione di giovani uomini che ha un immaginario sessuale predatorio, ne abbiamo anche le prove purtroppo. Questa cosa si può e si deve cambiare, si può e si deve sanare, solo con un cambio culturale profondo. Si deve educare le ragazze alla e percezione di sé come corpo intero, a sapere dire di no, a sapere che cosa si desidera, ma bisogna farlo anche con i maschi per dire loro che questo corpo non è un corpo per la guerra, ma un corpo per l’amore, per la gioia e il divertimento reciproco”.

Com’è possibile che nel 2021 ci siano ancora così tanti femminicidi, soprattutto in famiglia? Oltre 80 dall’inizio dell’anno.

“Magari ci fosse una realtà dove ci sono degli sconosciuti pazzi che ti aspettano sotto casa con un coltello, in realtà sono i cosiddetti uomini che ti amano a farti del male. Io non ho una formula, penso però che la cultura possa fare molto, l’educazione alla relazione, all’affetto, all’empatia può fare molto perché si finalmente smetta di considerare la sessualità un gesto di potere. Chi stupra, chi ammazza, lo fa perché pensa che quella donna sia sua. Anche il linguaggio in questo ha una grande responsabilità: ‘la mia ragazza, la mia donna, tu sei mia’. Potrebbero essere, al netto dell’immaginario romantico, anche delle frasi è di valore, in realtà bisogna sminare la fantasia che una donna sia di possesso di qualcuno. Questo accade nello stupro e nel femminicidio. Un uomo che compie un femminicidio è un uomo che non è stato educato al fatto che la donna è intera, non è sua, è una relazione, non di possesso ma di scambio. Questo risiede nel modo in cui si educano i maschi”.

Cosa ne pensa del caso “Palombelli” che sta facendo discutere in questi giorni?

“Si chiama rivittimizzazione secondaria. Palombelli ha espresso un’opinione, entrata anche nei Tribunali, purtroppo abbastanza consueta. Non è detto che una donna, in quanto donna, abbia una coscienza della gravità della asseverazione di luoghi comuni. Andate a vedere ‘Processo per stupro’, un prodotto mandato in onda  dalla Rai nel 1979.

Tina Lagostena Bassi nella sua arringa di un’attualità raggelante dice: ‘la violenza carnale è l’unico reato in cui la vittima diventa non solo complice ma colei che si è cercata il reato’. E fa un esempio magistrale: ‘quando un gioielliere subisce un furto e pretende giustizia, nessuno dice che mettere un Rolex da 20 mila euro è una provocazione‘. Per le donne c’è sempre qualcuno che dice qualcosa di simile. Sembra che non ci sia la possibilità di lasciarsi, del divorzio, perchè una donna viene percepita sempre come un po’ di meno rispetto all’identità dei diritti di un uomo. Palombelli ha fatto una cosa gravissima soprattutto perchè è una giornalista, una donna che fa informazione”.

Caso Martina Rossi: è stato fatto di nuovo il processo alla vittima?

“Sappiamo molto poco dei carnefici o dei presunti carnefici, invece si sa tutto delle donne che vengono uccise, anche che erano antipatiche o ‘rompicoglioni’. È terribile che oggi nella presunta Italia evoluta ancora questo sia alla base di un giudizio per una donna morta. Dobbiamo elaborare la rabbia che ci viene quando sentiamo qualcosa di questo tipo e pretendere che ci siano, sin dai primi momenti della scolarizzazione, dei luoghi precisi dove si possa entrare come centri antiviolenza dentro alle strutture dove il cambiamento del sapere deve accadere. Altrimenti, credo che la cronaca, alla fine dell’anno, avrà un incremento di questo rosario del dolore intollerabile”.