IMPERIA. FESTA DELL’ARCHITETTO. IN CAMERA DI COMMERCIO L’INCONTRO CON PHILIPPE DAVERIO. CAPACCI: “LA NOSTRA CITTÀ PIANIFICATA MALE, DOVREMMO…”/FOTO E VIDEO

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collage incontro architetti 26 giugno

Si è tenuto questo pomeriggio presso l’Auditorium della Camera di Commercio di Imperia, in occasione della Festa dell’Architetto 2015, l’incontro pubblico con Philippe Daverio, storico dell’arte e popolare personaggio televisivo, per una riflessione sulle politiche e sulle strategie per la riqualificazione del territorio italiano e sul ruolo dell’architettura sempre più chiamata ad interpretare in modo etico ed estetico i bisogni dei cittadini e le emergenze urbane.

All’incontro hanno preso parte tra gli altri, anche Carlo Capacci, Sindaco di Imperia, Enrica Fresia, assessore all’urbanistica, Beppe Enrico, dirigente del settore Cultura ,Domenico Podestà, consigliere CNAPPC, Paola Muratorio, presidente Inarcassa, e Andrea Tomasi, presidente Fondazione Inarcassa.

GIUSEPPE PANEBIANCO

DOMENICO PODESTÀ

“È rimasta solo la figura del privato, privato che sempre meno investe, convinto di fare passi sbagliati. La burocrazia ci mette del suo, perché al di la di tutte le volte che viene sbandierato che si snellisce, in realtà è sempre rivolta all’avventura sapere qual è la procedura. Il lavoro è diminuito in maniera drastica, ci domandiamo interrogare se dobbiamo continuare a lavorare singoli, con il proprio studio. Lo studio medio degli architetti italiani è composto da 1 o 2 persone, 3 al massimo. A livello europeo ed internazionale, invece, gli studi sono costituiti da 50, 100, 200, 500 persone e fanno un lavoro completamente diverso da noi, un lavoro su dei territori in cui costruiscono il nuovo. Noi al contrario abbiamo un territorio dove costruire il nuovo è ormai andato in esaurimento, presto il Governo varerà una legge per non costruire più il nuovo. Ci concentreremo sul riutilizzo di quello già esistente già esistenti, perché dobbiamo preoccuparci di quello che sarà la sostenibilità delle nostre città del futuro”.

PHILIPPE DAVERIO

“La domanda si apre a une serie tale di ipotesi di pensiero che una mezza giornata di intervento sarebbe necessaria, cercherò invece di essere più breve, partirei da una domanda che ci si può anche porre ogni tanto, basta aprire un libro di storia, un libro di storia del paesaggio, uno guarda l’Italia di un secolo fa e l’Italia di oggi e si accorge di due cose che sono assolutamente immediate. Dal punto di vista estetico l’Italia di un secolo fa era il più bel Paese del mondo, da un punto di vista economico e della vita quotidiana l’Italia era uno dei paesi più poveri d’europa. Con una ricchezza suddivisa in maniera abbastanza semplice, c’è chi stava bene e stava bene sul serio e chi non stava bene eran fatti suoi non star bene. In un secolo siamo diventati un paese ‘ricco’, oggettivamente. Cioè, di la di tutte le crisi, delle tasse troppe alte che paghiamo, è diventato un Paese realmente agiato e realmente brutto e questo ormai appare un dato oggettivo palese. Siamo condannati a rimanere un paese brutto e almeno speriamo di rimanere un paese agiato. Ma immaginiamo che si potesse ipotizzare che la dialettica hegeliana talvolta sia applicabile e cioè che la tesi sia inizialmente belli e poveri e l’antitesi è quella che viviamo oggi, agiati, ma brutti, e che si possa immaginare una soluzione finale, non come quella dei tedeschi, una soluzione evolutiva dove si rimanga ricchi, ma si ritorni ad essere belli. Questo compito del tornare ad essere belli è un problema vostro, però è un problema vostro solo per metà, perchè non è un problema di progettisti è un problema di committenti, la crisi italiana vera è una crisi dei committenti. Non è una crisi dei creativi e dei progettisti. Io è da anni che vorrei fare un corso superiore universitario per committenti, datemi un assessore ne faccio un principe, oppure datemi un immobiliarista e ne facciamo una persona presentabile. Inizando come ti vesti, come mangi, che tipo di relazione hai con la società, datti un po’ di arie, l’appetito vien mangiando, ma se mangi meno stai meglio, un po’ più snello, cioè una serie di parametri etici che possano restituire al committente una funzione diversa da quella che ha oggi”.

CARLO CAPACCI

“Il nostro territorio è sotto agli occhi di tutti, cioè io farei un attimino di ricostruzione storica breve. Parliamo di Imperia e dintorni, io penso che anche lei (Philippe Daverio, ndr) abbia visto venendo qua una città che è stata non pianificata, nel senso che forse è stata pianificata 100-200 anni fa, però poi nel 1950, dopo la guerra, è passata un po’ a pianificazione casuale, che poi casuale tanto non era perché comunque si andava più o meno a fare i piani regolatori, ma non solo ad Imperia, era una cosa diffusa in tutta Italia, su terreni che erano di proprietà di qualcuno piuttosto che di qualcun altro senza avere una visione futura, magari a 100-200 anni. Il disegno della città qui non è mai stato fatto. Sarebbe il caso di iniziare a farlo. Come? Intanto magari eliminando un po’ di brutture che sono in giro per Imperia e che sono visibili sotto gli occhi di tutti, cercando di recuperare il patrimonio edilizio esistente, perché molto c’è da recuperare.

Se si vuole fare qualcosa che può aiutare l’economia, bisogna puntare su orizzonti che tengano conto del fatto che le infrastrutture che collegano la nostra città al resto del mondo oggi sono carenti. Bisogna pensare che per averle della dimensione necessaria ci vogliano 20,30,40, 50 anni e quindi penso che questa città debba essere ristrutturata nel patrimonio edilizio esistente, mantenuta pulita, puntando sul turismo, perché comunque abbiamo tantissime cose da offrire, da far vedere, paesaggi, frazioni splendide, molti agriturismi, percorsi in bicicletta e la pista ciclabile, che a Imperia non c’è ancora, ma dovrebbe arrivare a breve.

Dovremmo utilizzare le tecnologie moderne di telecomunicazione e cercare di lavorare per far si che in un posto che io penso sia un paradiso, perché non è Milano, non c’e smog, non vorrei offendere qualche milanese in sala, si possa offrire una collocazione per industrie che lavorano nel settore avanzato, potrebbero stare qua, portare dipendenti e oltretutto far crescere anche il livello culturale della città. Se andiamo a Dublino noi vediamo che tutte le società che si occupano di information tecnology americane hanno aperto una sede li. L’hanno fatto per motivi fiscali, ok, va bene, però poi ci sono anche delle ricadute. Perché se uno va li e parla con i ragazzi che vanno a scuola, loro vedono in quei palazzi con scritto Google, Facebook, report, Apple, IBM, etc , vedono un obiettivo, quindi studiano e si danno da fare, perché vogliono arrivare la. Quindi è vero che dici, pagano meno tasse, ma c’è una ricaduta culturale e sociale e si alza proprio il livello medio delle persone perché hanno un obiettivo da raggiungere. Noi qui dobbiamo fare in modo anche di fare cose che facciano venir voglia ai ragazzi di avere obiettivi da raggiungere e evitare quello che sta succedendo oggi, che li vediamo andar via e studiare e cercarsi lavori in altri luoghi. Purtroppo questa è la verità, chi va in Inghilterra, chi va in Francia”.

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