PRESIDIO NO BORDERS IN TRIBUNALE A IMPERIA PER IL PROCESSO A ROSELLA DOMINICI, DENUNCIATA DAL SINDACO IOCULANO PER DIFFAMAZIONE:”HO SCRITTO QUEL POST…”/LE IMMAGINI

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Si apre oggi, venerdì 1 Dicembre, in Tribunale a Imperia il processo a Rosella Dominici, denunciata dal sindaco di Ventimiglia Enrico Ioculano per diffamazione aggravata.

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Si apre oggi, venerdì 1 Dicembre, in Tribunale a Imperia il processo a Rosella Dominici, denunciata dal sindaco di Ventimiglia Enrico Ioculano per diffamazione aggravata. 

Per sostenere la Dominici, davanti al Palazzo di Giustizia si è riunito un corteo di No Borders, al fine di  sottolineare come l’accoglienza e la solidarietà siano stati gli obiettivi principali del presidio organizzato ai Balzi Rossi in sostegno dei migranti.

“Il presidio dei Balzi Rossi è nato quando i primi migranti sono arrivati a Ventimiglia per passare la frontiera con la Francia e trovando un muro invalicabile si sono rifugiati sugli scogli – si legge nei volantini distribuiti fuori dal Tribunale –  Lo ricordo come se fosse oggi:

Faceva molto caldo e quelle persone sugli scogli non avevano nulla. Non c’è stato nessun dubbio su ciò che si doveva fare, si doveva dare soccorso a quelle persone, percio’ siamo andati a comprare qualche ombrellone. Acqua e un po’ di cibo.

Da li’ è nata una solidarietà incredibile. Centinaia di volontari sono arrivati al presidio e, fino al giorno dello sgombero, abbiamo dato la possibilità’ ai migranti di vivere in modo dignitoso. Abbiamo dato assistenza medica e legale, cibo, acqua e vestiti, scuola di lingue e tant’altro ancora, ma soprattutto famiglia senza che mai violenza si sia vista. solidarietà e condivisione sono state le caratteristiche del presidio, che lo hanno reso un laboratorio di esperienze dl possibilità, dove ciò che ci hanno insegnato a scuola o al catechismo, i principi costituzionali, i diritti umani l’eguaglianza delle persone, hanno cessato di essere lettera morta e sono diventati attualità e pratica quotidiana.

Un altro mondo possibile, ove il colore della pelle, la provenienza, la condizione economica o la fede relegiosa non fossero un ostacolo invalicabile, ove l’accoglienza e la solidarietà avessero un senso ed una loro applicazione quotidiana, era li e solo li, davanti a noi , era l’esperienza quotidiana del presidio dei balzi rossi.

Ben diversi i dispositivi di accoglienza ufficiali che, per dirla con le parole di Mons. Suetta “evocano cose che vorremmo non aver mai conosciuto, campi di concentramento e deportazioni”. Condizioni più volte denunciate e condannate anche dalla corte europea dei diritti dell’uomo.

Lì, al presidio, abbiamo conosciuto quelle persone, le abbiamo ascoltate. Ci hanno raccontato le loro storie: ci hanno raccontato dei loro paesi in guerra, delle torture subite in Libia, dei morti nel mediterraneo e del terrore del viaggio e poi dell’abbandono in Italia, delle strutture che non c’erano, delle leggi incomprensibili. Del loro bisogno disperato di caercare una stabilità ma anche, soprattutto, un qualcuno che li ascoltasse e con cui potessero vedere un amico. I migranti scappati da fame e guerra arrivavano al presidio dicendo di non aver mai visto niente di simile in tutto il loro viaggio.

In quel periodo il sindaco Ioculano, senza mai essere stato al presidiochiedeva continuamente lo sgombero, mentre il vescovo Suetta definiva i solidali “martiri del nuovo millennio”.

E poi lo sgombero, le ruspe, i ragazzi sugli scogli senz’acqua circondati da blindati e forze dell’ordine, e io, che conoscevo loro, le loro storie, la violenza che gié avevano subito, che il presidio che avevo contribuito a tenere vivo e puito, sistemare i vestiti, la mensa, e tutto quello che in pochi minuti è stato distrutto con una incredibile violrnza, ho scritto quel post.

Perché anche quella mattina ero li, impossibilitata ad avvicinarmi, a dare un abbraccio, a passare un panino o una bottiglia d’acqua, costretta ad assistere impotente alla distruzione di quanto avevamo, tutti insieme costruito, ma anche e soprattutto alla distruzione di una idea diversa di accoglienza e di solidarietà, senza che nessun altro che mosignor Suetta tentasse almeno una mediazione.

Ventimiglia aveva la possibilità di dare un segnale forte ,poteva realmente diventare la “città dell’accoglienza”, gli ingredienti c’erano: grande solidarietà, disponibilità da solidali e da organizzazioni legate alla chiesa e al mondo del volontariato, una diocesi aperta e disponibile, strutture…. quello che e mancato è stata la volonta di mettersi in gioco di avere il coraggio di affrontare il presente e progettare il futuro”.

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