Imperia, “Tante braccia per il Reich”: presentata in biblioteca la ricerca su deportati liguri. “Prelevati anche ragazzi, trattenuti e maltrattati”

Cultura e manifestazioni

È  stata presentata nel tardo pomeriggio di oggi, venerdì 31 gennaio, in biblioteca la ricerca sulla deportazione dei lavoratori liguri ad opera dei tedeschi durante la Seconda guerra mondiale, dal titolo “tante braccia per il Reich“.

Tante braccia per il Reich: in biblioteca la ricerca sulla deportazione dei lavoratori liguri ad opera dei tedeschi

Si tratta di un tema poco conosciuto nella triste vicenda delle deportazione, considerata meno “cruenta” di altre: il lavoro coatto. L’uso della forza di lavoro di uomini trasformati in “moderni schiavi” destinati alla produzione e al sostegno dell’economia della Germania.

Il lavoro coatto va quindi inserito nel più complesso fenomeno del prelievo di esseri umani da parte dei nazisti, trattati come oggetti e utilizzati alla stregua di materiali per l’economia di guerra tedesca.

La ricerca presentata oggi in biblioteca è un importante lavoro storiografico di Irene Guerrini e Marco Pluviano, componenti del Comitato Scientifico dell’Isrec di Genova, basata sull’analisi di documenti conservati negli archivi di stato e degli Istituti liguri della Resistenza che è durata più di un anno. E’ giunta a stabilire in circa 8.400 il numero dei lavoratori liguri che nel corso del conflitto vennero inviati in Germania.

L’incontro è stato promosso dall’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea insieme all’Isrec di Genova , con il patrocinio del Consiglio Regionale Assemblea Legislativa della Liguria, delll’ANED e delll’ANRP e con la collaborazione della CGIL, CISL e Uil. Presente anche Pino Camiolo, presidente del Consiglio Comunale di Imperia.

Irene Guerrini e Marco Pluviano presentano la ricerca

“Questo studio è iniziato alcuni anni fa ed è già stata trattato in diversi territori nazionali, noi abbiamo studiato Genova e la sua provincia e adesso ci stiamo occupando delle altre tre province liguri.

È uno studio che vuole approfondire il tema del lavoro coatto nel Reich, tutto il prelievo di manodopera, forzatamente in maniera coattiva, per portare lavoratori a lavorare nel Reich, Austria , Germania, Polonia.

La Germania aveva un estremo bisogno di manodopera per poter liberare dalle fabbriche e dalle miniere sempre più giovani da poter mandare nell’esercito. Era una operazione funzionale al supporto dell’economia tedesca.

Perchè proprio questo studio?

“Era un argomento molto poco conosciuto. In generale si parla di deportazione , però il problema del prelievo di forza lavoro da portare nei territori deschi è sempre stato poco studiato.

Nel 2007 abbiamo iniziato questa cosa, l’iniziativa è partita dal Proff. Brunello Martelli, con il sostegno dell’ANED e dell’Associazione Nazionale Reduci dalla Prigionia. Sta continuando con il sostegno anche della Fondazione Memoria per il Futuro , insieme al coordinamento di Brunello Martelli.

Approfondendo l’argomento ci siamo resi conto che era veramente una operazione funzionale, da parte dei tedeschi, al meccanismo bellico e all’industria bellica tedesca.

Ha coinvolto circa 100 mila persone prelevate dall’Italia, 100 mila italiani che erano già a lavorare in Germania, ai quali è stato impedito di rientrare e mezzo milione circa di internati italiani che sono stati portati in Germania. Prima sono stati tenuti nei campi e poi nell’agosto del ’44 gli è stato imposto di andare a lavorare a vantaggio dell’industria, dell’agricoltura, a spalare le macerie”.

Queste persone come venivano selezionate?

“In tutta Italia noi vediamo un mix di pratiche di prelievo di manodopera. Dall’arruolamento volontario, un premio di ingaggio che ebbe scarsissimo successo, alle cartoline precetto, inviate dall’ufficio di collocamento a disoccupati, alla leva la 14, la 20, la 21 e la 26, chiamate cartoline precetto di leva per il servizio del lavoro in Germania, allo svuotamento delle carceri mandati a lavorare nell’industria chimica. Per arrivare a operazioni di razzia violenta, con rastrellamenti per strada.

Prelievi di contadini, come la retata di cittadini comuni alla Pigna di Sanremo dell’ottobre ’44 e di San Romolo nel novembre del ’44. Anche a Genova nelle fabbriche che ha fruttato 1500. Nell’imperiese un po’ meno, però sono state adottate tutte le misure tipiche del regime per portare persone.

Vennero prelevati non solo i nemici storici del Fascismo e del Nazismo come partigiani, antifascisti, sindacalisti, scioperanti, ma anche persone comuni. Uno era per strada , arrivava il pattuglione e prendeva un po’ di gente. Se aveva l’età per andare a lavoro lo prendevano. Prendevano anche ragazzi di 16 e 17 anni.

A Savona avevano preso un ragazzo che aveva appena compiuto 17 anni, mentre a Taggia prendono due 16enni e un 17enne. Dovevano completare delle quote e prendevano chi prendevano.

I tedeschi avrebbero voluto prelevare un milione e mezzo di persone dall’Italia, non ci riuscirono perchè la gente rifiutò l’arruolamento volontario. Prendere delle persone coattivamente è indubbiamente più difficile.

Ne presero 100 mila dall’Italia, ma tenendo conto di internati militari e quelli che erano già in Germania, si arriva ad una cifra di quasi 750 mila persone, obbligate, trattenute e maltrattate. Vivono una esperienza di estrema violenza, botte, calci, insulti e quant’altro.

Fu un’esperienza meno letale di quella della deportazione razziale e politica, di cui ci furono delle percentuali di morte impressionanti. Però la gente tornata in Italia era malata perchè comunque le condizioni di vita e di lavoro erano terribili”.

Circa 8 mila i lavoratori liguri che nel corso del conflitto vennero inviati in Germania

  • da Genova e dalla sua provincia partirono non meno di 6.000 persone;
  • dalla provincia di La Spezia partirono non memo di un migliaio di lavoratori;
  • da quella di Savona non meno di 800.
  • Imperia fu la provincia che diede il contributo minore, intorni alle 500 unità. Questo avvenne per la minore popolazione, per un tessuto industriale meno sviluppato, e soprattutto perché in questa provincia le forze nazifasciste diedero alle retate e ai rastrellamenti un carattere molto più violento, realizzando un numero di stragi di civili maggiori e privilegiando l’invio nel circuito concentrazionario rispetto a quello al lavoro coatto.