Morte Martina Rossi: Cassazione smonta tesi suicidio. “Precipitò senza pantaloncini, grave elemento indiziario”/Le motivazioni

Giudiziaria Imperia

Rese note le motivazioni della Cassazione. I giudici della suprema Corte criticano duramente la sentenza della Corte d’Appello che assolse i due imputati.

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“La sentenza impugnata […] considerata sia l’incompletezza, sia la manifesta illogicità […] è priva di una visione sistematica dell’intero quadro istruttorio e non esaustiva e osservante dei principi giurisprudenziali […] La mancanza dei pantaloncini appare difficilmente collegabile a un gesto suicidario […]”.

Sono motivazioni durissime quelle contenute nella sentenza della Corte di Cassazione che, il 21 gennaio scorso, ha accolto il ricorso dei legali di Martina Rossi, la giovane studentessa imperiese morta dopo essere caduta dal sesto piano dell’hotel Sant’Ana di Palma de Maiorca, contro l’assoluzione dei due imputati, Luca Vanneschi e Alessandro Albertoni. 

Secondo l’accusa Martina Rossi sarebbe morta nel tentativo di sfuggire a un tentativo di stupro da parte dei due giovani aretini. Tesi condivisa dal Tribunale di Arezzo, che in primo grado condannò Vanneschi e Albertoni a 6 anni di carcere per morte come conseguenza di altro reato e tentata violenza sessuale, e respinta invece dalla Corte d’Appello di Firenze, che assolse entrambi gli imputati.

Per la Cassazione quelle assoluzioni furono la conseguenza di un “esame superficiale del compendio probatorio”.

Le motivazioni della sentenza

L’errata valutazione sulla caduta di Martina dal balcone

I giudici di appello – scrivono i giudici della Cassazione – con un esame invero superficiale del compendio probatorio, hanno ritenuto di ricostruire una diversa modalità della caduta della ragazza, cadendo in un macroscopico errore visivo di prospettiva nell’esaminare alcune fotografie, quanto all’individuazione del punto di caduta, individuandolo nel centro del terrazzo”.

“Sono stati depotenziati tutti gli elementi fattuali certi della scena del tragico evento […] depotenziando, altresì la portata delle altre circostanze indizianti certe (i graffi sul collo di Albertoni ed il mancato rinvenimento sul cadavere della vittima dei pantaloncini del pigiama) e con un ragionamento di evidente incongruenza logica, hanno assolutizzato le dichiarazioni del testimone oculare della precipitazione di Martina (…) sminuendo altresì il narrato degli altri testimoni de auditu, però essenziali per individuare la diacronicità degli accadimenti, ossia quanto riferito dai turisti danesi che occupavano la stanza a fianco di quella ove si trovavano i giovani imputati”.

La mancanza dei pantaloncini

“La mancanza dei pantaloncini – scrivono ancora i giudici – appare difficilmente collegabile a un gesto suicidario […] un elemento gravemente indiziario, soprattutto se letto in correlazione ai graffi sul collo di Albertoni […] Ciò che conta è che Martina precipitò senza i pantaloncini del pigiama e tale elemento oggettivo indiscutibile non può ‘sparire’ anch’esso dalla valutazione dei giudici di merito, ma deve essere correttamente considerato in collegamento con le altre evidenze probatorie al fine di esaminare in via deduttiva le probabili o possibili ragioni della sua mancanza addosso a Martina al momento della caduta, essendo evidente che i pantaloncini con cui la ragazza giunse nella stanza d’albergo degli imputati furono tolti quando la stessa si trovava all’interno della camera 609″.

Le intercettazioni

La più evidente carenza di analisi – si legge ancora – va rilevata in riferimento ai contenuti della audio-video intercettazione effettuata il 7 febbraio 2012, la cui analisi è addirittura ritenuta superflua dal Collegio d’appello […] E’ stata omessa ogni valutazione delle circostanze fondamentali già poste a base della decisione del giudice di prime cure […] da un lato l’esultanza dei due imputati nell’avere avuto contezza, per l’abilità di Albertoni che aveva approfittato di un breve allontanamento dalla stanza della ispettrice che conduceva l’esame per sbirciare sui fogli della cartellina, che sul cadavere della vittima non erano state rinvenute evidenze di aggressione di tipo sessuale, ipotesi ricostruttiva neppure sfiorata in quel momento dalle indagini, e dall’altro la successiva soddisfazione commentata con un ‘fottati’, significativo della sensazione di averla fatta franca, oltre alla confessione di essere stati ‘salati’ la sera degli eventi, ossia sotto l’effetto di sostanze stupefacenti”.

Ora si attende la fissazione del nuovo processo in Corte d’Appello. Una corsa contro il tempo contro la prescrizione, che scatterà ad agosto.

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